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lunedì 16 dicembre 2019

L’agricoltura naturale o «del non fare» di Masanobu Fukuoka


Fukuoka: l'agricoltura del non fare

Il 16 agosto 2008 Masanobu Fukuoka dalla sua casa nel sud del Giappone ha lasciato questo mondo, cosciente di quanto stava avvenendo e in pace.
Forse nessuno come lui ha dato prova di come un'agricoltura contadina, senza macchine, basandosi solo sulla natura, possa essere l'unica vera attività ecologista, capace di risanare la terra. Col suo metodo, che ha chiamato agricoltura naturale o «del non fare», ha sfidato l'agricoltura industriale dimostrando che l'uomo con le sue sole  mani, un falcetto e poco più, è in grado di battere in produttività le macchine, i concimi chimici, i diserbanti, le varietà scientifiche e tutte le multinazionali agroalimentari, con costi quasi nulli e quindi praticando prezzi al pubblico più bassi dei supermercati e producendo alimenti di una qualità praticamente irraggiungibile da qualsiasi altro metodo.
Un'agricoltura rivoluzionaria
Coloro che ne hanno sentito parlare e hanno letto i suoi libri hanno avuto la sensazione di trovarsi davanti alla proposta ecologica più rivoluzionaria. Fra loro moltissimi lo hanno cercato, letto e ascoltato, alcuni hanno provato a mettere in pratica le sue lezioni, pochi ci sono riusciti e sono diventati dei punti di riferimento essenziali (il più importante è Panos Minikis in Grecia) ma diversi hanno rimandato l'impegno a una futura propria conversione e a un più radicale cambiamento di vita. La differenza fra quella di Fukuoka e gli altri tipi di agricoltura biologica è che la sua capovolge radicalmente i pilastri della modernità. Eppure a guardare bene si riduce a poche cose: avvolgere i semi in palline di argilla, impiantare trifoglio nano nei campi di grano, dopo la battitura del grano ributtare nel campo tutta la paglia, mietere a mano e battere con una piccola macchina a pedale, disegnare dei campi di mille metri quadrati, seminare ortaggi come piante selvatiche... Queste semplici azioni, anche se capaci di grandi risultati, non bastano a sfamare l'ansia che abbiamo di combattere quelli (multinazionali ecc.) che stanno facendo più male alla natura.
Schiavi della tecnologia
Siamo cresciuti nella civiltà della tecnica, nella prostituzione alla tecnica, che coincide con la mancanza di cultura diretta, sostituita da manuali di funzionamento. Non abbiamo identità e siamo pronti a buttar via l'ultima tecnica utilizzata non appena ce n'è un'altra che crediamo (ma siamo creduloni abbagliati da perline) più efficiente e moderna. Come figli del XX secolo siamo abituati a passare molto tempo assorbiti da macchine di metallo e plastica che sono diventate il nostro ambiente, abbiamo difficoltà a dare un'importanza esistenziale, alimentare alla natura, che riusciamo solo a concepire come panorama, al massimo col vetro tirato giù. L'agricoltura naturale impone di uscire dalla dipendenza meccanica, di trasformare i semplici atti di seminare, mietere manualmente (solo oche ore di lavoro fisico in un anno), spargere la paglia, in modi d'essere, restando fedeli alla loro semplicità. Verso il tramonto della sua vita, Fukuoka si è dedicato con tutte le forze alla lotta contro la desertificazione avanzante. Grazie al suo impegno milioni di palline di argilla sono state sparse, anche con l'utilizzo di aerei, in zone semi desertificate della Grecia. Dopo gli ultimi immensi incendi dei boschi, è apparso chiaro che questo modo di semina è il più a buon mercato e insostituibile là dove si tratta di rinverdire grandi estensioni di territorio.
La filosofia del non fare
Ma il messaggio più forte di Fukuoka è stato proprio quello del non fare, di staccare dalla modernità e riscoprire la mancanza di valore di questa corsa al progresso, di guardare alla natura come opera di Dio, come forma della sua volontà e provvidenza. Il sorriso rimasto sul suo volto dopo la morte non è solo pienezza ma anche incoraggiamento per noi che restiamo. 

mercoledì 27 novembre 2019

Anche gli alberi hanno un cervello



 



di
 Damiano Fedeli su Panorama


 


Le piante hanno una «testa pensante» con la quale comunicano, prendono decisioni, ricordano perfino. Alcuni ricercatori italiani sono stati tra i primi a scoprirlo.
La prossima volta che vi capiterà di osservare un albero, o anche solo un cactus della terrazza, certo li guarderete con occhio diverso. Perché le piante, dalla quercia più imponente al fiore più esile, hanno una «testa pensante»: riflettono, si scambiano informazioni o avvertimenti, prendono decisioni. E il loro cervello segreto è nelle radici.

Una verità che Charles Darwin aveva già sospettato e che viene confermata dalla scienza. Su ogni singola punta delle radici (il nome è apice radicale) c'è un gruppo di cellule che comunica usando neurotrasmettitori, proprio come i nostri neuroni; e queste cellule elaborano e rispondono alle informazioni che arrivano qui da tutta la pianta.

Ciascun apice è autonomo, ma può anche coordinarsi con gli altri. Un vero e proprio cervello diffuso il cui funzionamento a rete ricorda quello di internet, e che permette agli alberi non solo di comunicare, ma persino di avere una memoria e una sorta di autocoscienza.

La scoperta è di un gruppo di ricercatori delle Università di Firenze e di Bonn e rappresenta una svolta in ciò che finora si sapeva sui vegetali. È nata persino una nuova scienza, la neurobiologia vegetale, di cui si è tenuto di recente a Firenze il primo congresso internazionale.

Gli studiosi della nuova disciplina hanno dato vita alla Society for plant neurobiology e a una rivista, Plant signaling & behavior (comunicazione e comportamento delle piante). Nel capoluogo toscano sta poi per nascere il primo laboratorio al mondo per questa materia, destinato a diventarne centro di riferimento.

«Le ricerche degli ultimi quattro anni hanno portato prove che le piante si comportano come esseri intelligenti. Il rischio per noi è stato che si equivocasse una ricerca scientifica solida con credenze popolari che hanno diffuso una serie incredibile di sciocchezze» avverte Stefano Mancuso, del dipartimento di ortoflorofrutticoltura dell'Università di Firenze.

«La neurobiologia vegetale è nata qui e all'Università di Bonn, con il team di Frantisek Baluska, dell'Istituto di botanica molecolare e cellulare. Abbiamo scoperto che in ciascun apice radicale c'è una zona, detta di transizione, le cui cellule hanno caratteristiche neuronali. Mettono cioè in atto una trasmissione sinaptica identica a quella dei tessuti neurali animali».

L'impulso scorre nel cervello della pianta attraverso molecole, i neurotrasmettitori, molti dei quali sono gli stessi con cui comunicano i neuroni animali. «In questi apici troviamo glutammato, glicina, sinaptotagmina, gaba, acetilcolina. Ci siamo chiesti: che cosa ci stanno a fare, se le piante non hanno una trasmissione sinaptica?» racconta il ricercatore. Se era noto che i vegetali producono sostanze attive neurologicamente, come caffeina, teina o cannabina, la scoperta di neurotrasmettitori ha evidenziato l'attività neurale.

Anche il ruolo del più importante ormone vegetale finora conosciuto, l'auxina, è stato ridefinito. Baluska: «Permette alla pianta di accrescersi o di emettere nuove radici ed è un neurotrasmettitore specifico dei vegetali, molto simile alle nostre melatonina o serotonina».

«È tempo di dare il benvenuto alle piante nel novero degli organismi intelligenti» afferma Peter Barlow, della School of biological science dell'Università di Bonn. Una prova di «intelligenza vegetale», del resto, è il comportamento in caso di difficoltà. Le piante agiscono infatti con lo stesso sistema prova-errore degli animali: davanti a un problema procedono per tentativi fino a trovare la soluzione ottimale di cui, poi, si ricordano quando si presenta una situazione simile.
Se per esempio manca acqua, aumentano lo spessore dell'epidermide, ne chiudono le aperture, gli stomi, evitando la traspirazione. Riducono poi il numero di foglie aumentando quello delle radici per esplorare zone vicine.

Viene da chiedersi, però, se non si tratti di stimoli puramente meccanici. «No, si tratta di un comportamento intelligente» sostiene Mancuso. «Se le radici dovessero solo trovare acqua, potrebbe essere automatico. Ma devono anche cercare ossigeno, nutrienti minerali, crescere secondo il senso della gravità, evitare attacchi.

E valutare quindi contemporaneamente le comunicazioni chimiche che le piante si scambiano attraverso l'aria e la terra: messaggi sullo stato di salute o sui parassiti. Se sono attaccate da patogeni, comunicano alle simili della stessa specie con gas e sostanze volatili che c'è un pericolo, invitandole ad aumentare le difese immunitarie. I vegetali, così, dimostrano di essere anche sociali».

Sociali ma non necessariamente socievoli. Essendo esseri territoriali, le piante si mandano segnali del tipo «qui ci sono io», emettendo sostanze disciolte nel terreno. Le radici intercettano le comunicazioni, capiscono se hanno vicino una pianta della stessa specie, e in tal caso la reazione è blanda, oppure se è un'avversaria, e allora diventano aggressive fino a lanciare sostanze velenose.

Tenendo conto di tutti questi stimoli l'apice decide cosa fare. Decisione che viene anche dal ricordo: una pianta che ha già affrontato un certo problema è in grado di rispondere in modo più efficiente. «Questa caratteristica» ricorda Mancuso «era nota: si parlava di acclimatazione. Per esempio, l'olivo a ottobre-novembre si modifica per affrontare l'inverno. Finora lo si spiegava come una risposta meccanica alle variazioni ambientali. In realtà la pianta decide di farlo quando sente le condizioni che ha memorizzato».

Le piante hanno anche una certa coscienza di sé. Diversi esperimenti hanno mostrato che, prendendone due geneticamente identiche, due cloni, e mettendole accanto, quella che è messa in ombra dall'altra si muove alla ricerca di luce. Se invece si accorge di essere essa stessa a farsi ombra con un ramo, nulla accade.

Ma tutte le piante sono ugualmente dotate? Un filo d'erba ha lo stesso Q.I. di una quercia centenaria? «È possibile che ci siano piante più intelligenti, ma ancora non lo sappiamo» riconosce Mancuso. «Per misurare il quoziente intellettivo di un ratto lo si mette in un labirinto e si guarda quanto impiega ad arrivare al cibo.
Si è visto che una radice di mais inserita in un labirinto la cui meta era dell'azoto ci arrivava senza sbagliare, trovando la via più corta: in questo caso si tratta di organi di senso più raffinati».

«Siamo appena all'inizio di una rivoluzione nel nostro modo di pensare alle piante» commenta Dieter Volkmann, del gruppo di Bonn. Questi studi, oltre a rivoluzionare le conoscenze sulle piante, hanno ricadute anche sull'uomo. I neuroni verdi possono fungere da modello per sperimentare terapie contro malattie degenerative del sistema nervoso, come il morbo di Parkinson e di Alzheimer.

«Gli animali vengono utilizzati, e con successo, in questo tipo di studi. Usare le piante non è però un regresso nella scala evolutiva» dice Mancuso. «Una cellula neuronale vegetale è sì un modello semplificato di neurone, ma proprio per questo consente di individuarne più facilmente i meccanismi.
Non ci sono problemi di vivisezione e le cellule delle piante sono facilmente trasformabili geneticamente, caratteristiche che potrebbero farne un materiale da laboratorio valido dalla ricerca di base alle applicazioni terapeutiche.

Il Medical research council di Cambridge, il laboratorio di biologia molecolare fucina di premi Nobel, collabora con noi in questo campo». Non è finita: i neuroni delle piante potrebbero presto diventare un modello anche per gli studi sull'intelligenza artificiale.

martedì 26 novembre 2019

Gli scarti organici dei pesci come valida alternativa alla plastica

 Risultati immagini per marina tex
MarinaTex è un nuovo materiale bioplastico che potrebbe sostituire la plastica monouso in una moltitudine di applicazioni. A fare la scoperta è stata la studentessa Lucy Hughes.
L’ispirazione principale di Hughes è nata dalle squame dei pesci e questa illuminazione le è valso il premio internazionale James Dyson.
Le pelli e le squame di pesce hanno un grande potenziale grazie alla loro flessibilità e grazie alle proteine che garantiscono una grandiosa forza elastica. Inoltre il tessuto si biodegrada in meno di sei settimane e non contamina il suolo.
Il progetto della Hughes è iniziato come un’indagine su come ridurre lo spreco di pesce, che ad oggi, secondo le stime delle Nazioni Unite, si aggira intorno alle 50 milioni di tonnellate prodotte in tutto il mondo ogni anno.
“Stavo cercando di capire come utilizzare quel flusso di rifiuti e aggiungere valore a tali rifiuti. Quando ho sentito le pelli e le squame nelle mie mani, ho potuto vedere che c’era un potenziale rinchiuso in esso. Era così flessibile e forte.”
 

domenica 24 novembre 2019

La Terra è più verde del previsto: oltre 3 milia miliardi di alberi


Quando multinazionali prive di scrupoli iniziarono l'ormai celeberrimo disboscamento della foresta amazzonica per costruire centri commerciali e complessi residenziali, il mondo ebbe per un attimo la percezione che il processo avrebbe presto dato il “la” ad un disegno molto più ampio finalizzato ad estirpare il cuore verde del pianeta e a rimpiazzarlo con uno molto più grigio e molto meno pulsante.

Con sommo stupore degli addetti ai lavori e di un grande pubblico recentemente diventato iper-sensibile in materia di ambiente, pare invece che le specie vegetali continuino a proliferare sulla Terra e che il numero di alberi presenti al mondo superi di gran lunga le più rosse previsioni, andando ad attestarsi intorno alle 3 mila miliardi unità complessive.
Il primo censimento planetario del patrimonio boschivo sul pianeta Terra, condotto dai ricercatori di Yale ha infatti evidenziato una quantità di alberi tale da consentire, in linea ipotetica, l'accesso a circa 422 tronchi per ogni individuo, a fronte di stime della vigilia che ipotizzavano l'esistenza di un rapporto uomo albero di sole 61 unità a testa ...

L'ampia opera di censimento è stata realizzata mediante il ricorso ad oltre 430 mila rilievi che hanno evidenziato l'esistenza di un'enorme quantità di alberi, per lo più collocata nelle zone tropicali e subtropicali del Pianeta, fino ad oggi sfuggita ai satelliti e alle riprese aeree volte a quantificare il numero complessivo di alberi sulla Terra.

Se la ricerca pubblicata su Nature consente all'umanità di tirare un sospiro (è proprio il caso di dire) di sollievo e di intravedere un futuro migliore per le sorti del Globo e dell'ecosistema, resta logicamente inalterato il problema relativo alla suddivisione delle aree verdi ed è logico che, agli occhi di chi si trova costretto a vivere in un soffocante centro urbano, la scoperta dell'esistenza di piante localizzate in prossimità dei tropici potrebbe importare molto poco.

Con l'auspicio che il numero degli alberi continui a crescere e che i vari disboscamenti si arrestino al minimo indispensabile e alle reali esigenze abitative degli abitanti del Pianeta, non resta dunque che consolarci con il vasto censimento di Yale e lasciarci le preoccupazioni amazzoniche alle spalle, giusto per voltar pagina.
http://crepanelmuro.blogspot.it/2015/09/la-terra-e-piu-verde-del-previsto-oltre.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed:+LaCrepaNelMuro+(La+Crepa+nel+muro)

venerdì 8 novembre 2019

La Danimarca verso il 100% di elettricità da energie rinnovabili: un esempio per l’Italia

08-11-2019

La Danimarca sempre più lanciata nella transizione verde con un progetto ambizioso: tagliare le emissioni di gas climalteranti del 70% entro il 2030. Praticamente il doppio dell'obiettivo che si è posto l'Italia...

La Danimarca verso il 100% di elettricità da energie rinnovabili: un esempio per l’Italia
Pochi giorni fa, il 30 ottobre, è accaduto un fatto in Danimarca ormai entrato nella routine di un governo che si impegna seriamente nella lotta al cambiamento climatico: l’incontro a Copenaghen tra Dan Jørgensen, Ministro per il clima, l’energia e i servizi pubblici e i giornalisti stranieri presso la sede di State of Green, un’organizzazione molto attiva in Danimarca sui temi della transizione energetica.
Prima di raccontare cosa il Ministro ha riportato, due considerazioni: la prima è che mi ha colpito il nome del dicastero da lui presieduto che indica chiaramente l’approccio danese al tema dell’energia, non slegato dall’emergenza climatica in corso e dal ruolo dei servizi pubblici. La seconda, mi domando: tra i giornalisti stranieri ve ne erano di italiani? Non credo, in quanto non mi sembra che la stampa nazionale ne abbia parlato, sebbene delle cose interessanti siano state dette.
Oggetto dell’incontro era illustrare alla stampa straniera (in quanto quella nazionale è ben edotta) le politiche su energia e clima che la Danimarca intende perseguire in futuro. Quindi discutere sulla transizione verde, gli obiettivi climatici e il ruolo internazionale della Danimarca nella lotta al cambiamento climatico. Ve la immaginate una cosa del genere in Italia? Fantascienza! Tanto che nel nostro Paese, senza che minimamente la stampa nazionale se ne (pre)occupi si sta finalizzando il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) che, secondo le raccomandazioni giunte dalla Commissione Europea, dovrebbe subire una notevole rivisitazione, ma sembra che per il nostro Governo vada bene così come è uscito in prima bozza, a parte qualche lieve correzione da apportare.
Tornando alla Danimarca, il Ministro ha riportato l’ambizioso obiettivo che il Paese si è posto: tagliare le emissioni di gas climalteranti del 70% entro il 2030. Avete letto bene, praticamente il doppio di quanto si è posta al momento l’Italia. Questo obiettivo numerico è parte di una ben definita strategia che mira a far diventare la Danimarca una “super-potenza verde” con obiettivi ambiziosi a livello nazionale ed una consistente leadership a livello internazionale. Il Ministro danese ha sottolineato l’importanza strategica di un approccio alla transizione verde che sia sistemico in quanto consapevole dell’elevata impronta carbonica del suo Paese, ad oggi, circa il 20% in più della media europea, sebbene di rilevanza marginale in quanto pari a solo lo 0,1% delle emissioni globali di CO2.
”L’Occidente ha inquinato per centinaia di anni - ha detto il ministro - Adesso, economie emergenti e paesi in via di sviluppo stanno iniziando ad inquinare di più e nonostante questo possiamo veramente condannarli? La responsabilità è più sulle nostre spalle che sulle loro e ci dovremmo sentire obbligati ad aiutare questi Paesi affinché possano percorrere la strada verso uno sviluppo sostenibile”.
Il Ministro ha sottolineato anche che la transizione verde della Danimarca terrà conto delle eventuali conseguenze sociali al fine di evitare ripercussioni come accaduto in Francia con i “gilet gialli”.
Attualmente la Danimarca ha accordi di partenariato con 15 paesi che in totale sono responsabili di oltre il 60% delle emissioni globali, inclusi Paesi come gli Usa, la Cina, la Germania e l’India. L’ultimo, in ordine di tempo, tra gli accordi di collaborazione sottoscritti è quello con il Governo vietnamita che contribuirà alla riduzione delle emissioni nel Paese asiatico stimate, in totale, a 370 milioni di tonnellate annue. Non c’è bisogno di specificare che, sebbene si dia enfasi alla riduzione delle emissioni climalteranti, dietro ci sono accordi commerciali per lo sviluppo e la promozione di tecnologie a basso impatto ambientale. Giusto per ricordarlo a coloro che, per pura ignoranza o malafede, ancora tengono separati i concetti di “sviluppo industriale”, “sostenibilità ambientale” e “nuovi posti di lavoro”.
Sembra paradossale ma proprio mentre il Presidente Usa Donald Trump annuncia l’uscita del suo Paese dagli Accordi di Parigi, facciamo il tifo per Paesi come la Danimarca che, seppur non paragonabili in termini dimensionali, possono assumere un nuovo ruolo di leader a livello mondiale. A titolo di esempio, secondo le proiezioni dell’Agenzia Danese per l’Energia, l’elettricità in Danimarca sarà 100% rinnovabile entro il 2028. E la Danimarca non ha nemmeno il sole di cui è baciata l’Italia, quindi a rigor di logica noi potremmo arrivare tranquillamente a risultati simili. Perché non lo si fa?

http://www.ilcambiamento.it//articoli/la-danimarca-verso-il-100-di-elettricita-da-energie-rinnovabili-un-esempio-per-l-italia

giovedì 7 novembre 2019

Cannabis: la definitiva fonte di energia


Questo articolo è un tributo all’impegno di Jack Herer per la legalizzazione della cannabis e per la visione di futuro che ha condiviso nel suo libro “The Emperor Wears No Clothes”, uno dei pochi libri che hanno cambiato tutta la mia prospettiva della storia umana e del potenziale della pianta di cannabis (per chi volesse approfondire, la famiglia di Jack Herer ha generosamente messo online una copia gratuita del suo libro). Mi sono reso conto questa mattina che sto scrivendo questo pezzo nel giorno del suo compleanno, il 18 di giugno, e mi sembra che non avrei potuto scegliere una data migliore o un regalo di compleanno migliore che condividere con te, caro lettore, ciò che credo quest’uomo abbia donato all’umanità: una soluzione semplice ed elegante alla sete dell’uomo di risorse naturali in un pianeta impoverito. La sua sfida al mondo era visionaria 25 anni fa e oggi è diventata una necessità che non possiamo che affrontare per la nostra sopravvivenza.
«Se tutti i carburanti fossili e i loro derivati, così come gli alberi per la carta e per l’edilizia fossero vietati per poter salvare il pianeta, annullare l’effetto serra e fermare la deforestazione, allora ci sarebbe soltanto una risorsa annualmente rinnovabile conosciuta, in grado di rifornire il mondo di carta e tessuti, di soddisfare i bisogni globali dei trasporti, dell’industria e delle abitazioni riducendo l’inquinamento, risanando il terreno e ripulendo l’atmosfera, tutto nello stesso tempo… E questa sostanza è la CANNABIS».
Un premio di 100.000 dollari è stato offerto a chiunque riuscisse a provare che Jack Herer si sbagliava. 25 anni dopo siamo molto distanti dal dimostrare che aveva torto, infatti noi ci stiamo letteralmente confrontando con l’estinzione fra migliaia di altre specie e non abbiamo altra soluzione che quella di riconoscere che aveva ragione e creare un’industria dedicata alla protezione dell’ambiente e alla salvezza del pianeta.
La pianta di cannabis è una trinità: un farmaco, una droga leggera psicoattiva, ma soprattutto la più preziosa risorsa naturale a nostra disposizione per soddisfare i bisogni in rapida crescita dell’umanità. L’intero dibattito in corso sulle proprietà medicinali e psicoattive della pianta non è affatto prioritario per la cannabis. Siamo sull’orlo di un collasso ecologico e la canapa industriale è la sola risorsa naturale inesauribile che può dare all’umanità una possibilità di sopravvivenza.
La deforestazione è in aumento e «la maggior parte degli esperti concorda sul fatto che stiamo perdendo più di 80mila acri (324 km²) di foresta pluviale tropicale al giorno, e deteriorando in maniera significativa altri 80mila acri al giorno. Oltre a questa perdita e deterioramento, mentre la foresta va a rotoli stiamo perdendo ogni giorno 135 specie di piante, animali e insetti – circa 50mila specie all’anno». La deforestazione è responsabile dell’erosione del suolo, dell’interruzione del ciclo dell’acqua e della desertificazione, delle emissioni di gas serra e del cambiamento climatico, della perdita di biodiversità e di un ecosistema instabile. Insieme alla contaminazione, la deforestazione è il pericolo più grande che il pianeta sta affrontando.
La contaminazione è una forza distruttrice multiforme che ha conseguenze sulla stessa aria che respiriamo, sul terreno che ci nutre e sull’acqua che beviamo. È diventata una minaccia al futuro del pianeta. L’umanità è dipendente dal petrolio e dai prodotti petrolchimici derivati che oggi costituiscono la fonte d’inquinamento principale, insieme ai pesticidi e ai nutrienti chimici.
La plastica, la fonte più evidente d’inquinamento da derivati di combustibili fossili, sta inesorabilmente ricoprendo il pianeta. Dovremmo vergognarci di utilizzare materie plastiche e altri imballaggi non riciclabili. La dipendenza mondiale dagli imballaggi in plastica sta travolgendo il nostro pianeta. Si stima che dal 1950 siano stati prodotti 8.3 miliardi di metri cubi di plastica e solo il 9% di questi sono stati riciclati. Entro il 2050 negli Oceani ci sarà più plastica che pesci in termini di peso, secondo la Plastic Pollution Coalition Organization.
Come abbiamo permesso che accadesse? Qual è la logica alla base dell’utilizzo di materiali non degradabili per gli imballaggi monouso? La canapa è composta di cellulosa per il 70% e ha il potenziale per creare un vasto assortimento di plastiche naturali e, poiché alcune delle prime materie plastiche erano fatte a partire da fibre organiche di cellulosa, non è come se dovessimo ripartire da zero.
L’inquinamento dell’aria causato dalla combustione di carburanti di origine fossile come petrolio, carbone, gas o metano ha raggiunto un livello di tossicità pericoloso. Secondo la American Lung Association, oltre il 40% della popolazione degli Stati Uniti è a rischio di soffrire problemi di salute letali per via della contaminazione atmosferica. Non sarebbe realistico credere che l’umanità possa fare affidamento esclusivamente sulla produzione sostenibile di bioenergia dalla canapa, la canapa industriale non è la coltura energetica definitiva. Si tratta comunque di una fonte di bio-energia sicura per l’ambiente, che vanta inoltre una straordinaria capacità di bonifica del terreno.
L’inquinamento del suolo causato da pesticidi, prodotti chimici e metalli pesanti è certamente il più grande pericolo e la sfida più grande che l’umanità deve affrontare. Siamo ciò che mangiamo e consumare cibo coltivato con prodotti chimici in un terreno avvelenato e senza vita è un suicidio.
«La scoperta dell’enorme potenziale della canapa nella bonifica dei suoli ha avuto inizio nel 1998 nel Ukraine’s Institute of Bast Crops, dove la canapa è stata piantata con l’unico scopo di rimuovere i contaminanti nei pressi del sito di Chernobyl. Una serie di ricerche sulla canapa (Cannabis Sativa L.) ha rivelato che essa può catturare una quantità considerevole di metalli pesanti dai suoli inquinati grazie alla sua elevata biomassa e alle sue profonde radici. Questo la rende un ottimo candidato per la bonifica dei suoli», che, allo stesso tempo, produce fibre utilizzabili e costituisce una fonte di bio-energia.
Pur essendo considerata una super-coltura, la canapa industriale non può essere di per sé la panacea di tutti i nostri problemi, ma il suo potenziale ha una vasta portata e non può più essere ignorato. «Il mercato globale della canapa è composto da oltre 25mila prodotti suddivisi in nove sotto-mercati: agricolo, tessile, riciclaggio, autotrasporti, mobili, cibo e bevande, prodotti di carta, materiali da costruzione e benessere personale».
Dal filato, alla carta e al cibo tradizionali, fino agli innovativi compositi alternativi in fibra di vetro per le industrie dell’automobile e dell’aviazione, la canapa industriale trasformerà profondamente l’economia globale e guarirà il pianeta, ma a una sola condizione: attraverso metodologie agricole rigenerative e attente all’ambiente. L’agricoltura rigenerativa costituisce l’approccio più efficace, scalabile e praticabile per rimuovere l’anidride carbonica dall’atmosfera inquinata, e grazie alla fotosintesi le piante riescono ad assorbire la CO2 dall’atmosfera, trattenendo le molecole e utilizzandole come fonte di nutrimento, oltre a trasformare parte di questa CO2 in zuccheri che alimenteranno la vita microbica utile al sostentamento delle piante. Le pratiche agricole rigenerative possono trattenere la CO2 nel suolo, che è la base stessa della vita sul pianeta.
Chiunque faccia parte dell’industria della cannabis, sia esso un investitore, un commerciante, un agricoltore, un trasformatore, un distributore, un punto vendita, un paziente o un consumatore, ha più di altri una responsabilità maggiore per il futuro di questo pianeta. Al di là delle ricchezze della cosiddetta corsa all’oro verde, c’è la pianta che può rendere il pianeta, a seconda delle nostre azioni, di nuovo verde e sano.

https://www.dolcevitaonline.it/cannabis-la-definitiva-fonte-di-energia/

mercoledì 6 novembre 2019

La foglia artificiale che trasforma il carbonio in combustibile

 
Alcuni scienziati hanno creato una “foglia artificiale” per combattere i cambiamenti climatici convertendo in modo economico anidride carbonica (CO2) in un utile combustibile alternativo.
La nuova tecnologia, descritta in un articolo pubblicato ieri sulla rivista Nature Energy, è stata ispirata dal modo in cui le piante usano l’energia della luce solare.
“La chiamiamo una foglia artificiale perché imita le foglie vere e il processo di fotosintesi”, ha dichiarato Yimin Wu, professore di ingegneria all’Università di Waterloo che ha guidato la ricerca. “Una foglia produce glucosio e ossigeno. Produciamo metanolo e ossigeno.”
La produzione di metanolo dall’anidride carbonica, la principale causa al riscaldamento globale, ridurrebbe sia le emissioni di gas serra sia un sostituto per i combustibili fossili che le creano. La chiave del processo è una polvere rossa ottimizzata a basso costo chiamata ossido rameoso.
Progettata per avere il maggior numero possibile di particelle, la polvere viene creata da una reazione chimica quando quattro sostanze – glucosio, acetato di rame, idrossido di sodio e dodecil solfato di sodio – vengono aggiunte all’acqua che è stata riscaldata a una temperatura particolare. La polvere funge quindi da catalizzatore, per un’altra reazione chimica quando viene miscelata con acqua in cui viene soffiata anidride carbonica e un raggio di luce bianca viene diretto con un simulatore solare.
“Questa è la reazione chimica che abbiamo scoperto”, ha detto Wu, che ha lavorato al progetto dal 2015. “Nessuno lo ha mai fatto prima”.
La reazione produce ossigeno, come nella fotosintesi, convertendo anche l’anidride carbonica nella soluzione acqua-polvere in metanolo. Il metanolo viene raccolto mentre evapora quando la soluzione viene riscaldata.
I prossimi passi della ricerca includono l’aumento della resa del metanolo e la commercializzazione del processo brevettato per convertire l’anidride carbonica raccolta dalle principali fonti di gas serra come centrali elettriche, veicoli e trivellazioni petrolifere.
“Sono estremamente entusiasta del potenziale di questa scoperta. Il cambiamento climatico è un problema urgente e possiamo contribuire a ridurre le emissioni di CO2 creando al contempo un combustibile alternativo”, ha dichiarato Wu.

sabato 2 novembre 2019

Questa bicicletta produce in un'ora energia elettrica per tutta la casa



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Questa straordinaria invenzione permetterà, con una sola ora di pedalata, di produrre energia elettrica sufficiente per alimentare la propria casa per un giorno intero.

Il progetto arriva da Manoj Bhargav,  miliardario statunitense di origine indiana,  che ha realizzato questa bicicletta stazionaria pensata per i tre miliardi di persone che nel mondo non hanno l'elettricità.
  La bici si chiama «
Free Electric», e le prime 10mila unità saranno distribuite in India all'inizio dell'anno prossimo

La bicicletta in questione avrà un costo iniziale di 100 dollari, facile da riparare e soprattutto genera energia pulita.

Ma Manoj Bhargav non è solo un ottimo inventore, ma sopratutto un ESSERE UMANO che pensa al prossimo come fosse se stesso e dichiara: «Se si dispone di ricchezza, è un dovere aiutare chi non ne ha»

Bhargava inoltre ha già annunciato l'intenzione di donare il 99% dei suoi averi.  «La consapevolezza non riduce l'inquinamento e non fa crescere il cibo. Per fare ciò occorre agire». L'obiettivo, sottolinea, è «fare la differenza nella vita delle persone, non solo parlarne».

Se i miliardari fossero tutti come lui...

Daniele Reale



martedì 29 ottobre 2019

Scarpe di seta e fibra di ortica

 
di Gunter Pauli – Le vendite globali di calzature al dettaglio hanno raggiunto i 300 miliardi. La forte domanda dei mercati emergenti in Asia e America Latina ha spinto il tasso di crescita oltre il 6% annuo.
Si vendono più di 15 miliardi di paia di scarpe e il numero totale di scarpe vendute è aumentato di 2 miliardi di paia negli ultimi cinque anni e il mercato non accenna a diminuire. C’è anche da dire che il settore delle calzature è una delle industrie più globalizzate. Nel caso del Nord America, per esempio, il 96% di tutte le calzature è prodotto all’estero, ben l’87% proviene solo dalla Cina, il resto da Vietnam, Indonesia e Brasile.
La più grande azienda di calzature al mondo è Nike, poi Adidas, Puma e Asics. Per i produttori di scarpe outdoor c’è Geox (Italia) e Ecco Sko (Danimarca) che hanno entrambi superato il fatturato di un miliardo di dollari. La più antica è Bata, originariamente fondata nella Repubblica Ceca alla fine del 1800, poi trasferita in Canada nel 1940 e stabilendosi infine a Losanna, in Svizzera. La società ha venduto più di 12 miliardi di paia di scarpe nella sua storia.
Ma c’è un problema. A causa della sua estrema globalizzazione ed esposizione mediatica, i consumatori sono interessati a conoscere i vantaggi funzionali dei prodotti (come Geox che sostiene che le scarpe respirino) e desiderano comprendere i valori dell’azienda.
Dal momento che sul mercato esiste un eccesso di offerta, le varie aziende hanno cercato strategie di marketing alternative. Deckers ha preso il marchio Simple Shoes, che propone scarpe sostenibili al 100% con materiali che vanno dal cotone organico, alla pelle senza metallo, alle fibre di bambù e persino i pneumatici per auto e alle camere d’aria riciclate per le suole.
Zazzle ha introdotto scarpe progettate su misura che consentono ai clienti di creare scarpe di tela uniche. Infatti caricando i propri disegni, modelli, illustrazioni, immagini e testo possono disporre di ben 42 miliardi di varianti. Tuttavia, mentre la personalizzazione, le questioni sociali e ambientali sono importanti, l’argomento chiave che viene spesso ignorato è la salute. La salute dei nostri piedi funge da barometro della salute generale del nostro corpo.
Ed ecco la possibile innovazione.
Guillem Ferrer, che ha rivoluzionato il design del marchio spagnolo Camper, ha studiato in dettaglio le 26 ossa, 33 articolazioni e i 150 legamenti dei nostri piedi.
I nostri piedi ospitano una complessa rete di nervi e vasi sanguigni necessari per affrontare i circa 160.000 chilometri che un uomo percorre durante la vita. Una cattiva circolazione sanguigna riduce l’erogazione di ossigeno e nutrienti ai piedi. Guillem ha studiato quanto sia importante liberare i piedi da scarpe rigide che ostacolano la flessibilità.
Tutto questo ha motivato Guillem a immaginare come le calzature potrebbero evolversi. Così ha creato il suo studio di design di scarpe.
L’incontro con il dottor Fritz Vollrath, professore presso il Dipartimento di Biologia dell’Università di Oxford ed esperto di seta, ha dato luce a un’opportunità unica.
Il bruco di seta crea un bozzolo unico con la sua saliva che protegge la falena in attesa. Questo guscio duro ha incredibili caratteristiche antifungine e antibatteriche. È forte e resistente.
Guillem si concentra sulla riprogettazione del modello di business, puntando tutto sulla produzione locale. Infatti il 95% è locale e il 5% diventa globale. Questo è uno dei principi fondamentali della Blue Economy: rispondere alle esigenze locali con le risorse che si hanno..
Tuttavia la seta è troppo poca in natura, con un processo lento di produzione, perciò la ricerca per un tessuto abbondante che non sia in competizione con la terra per la produzione di cibo lo ha portato a prendere in considerazione l’ortica, una pianta eccezionale spesso considerata un’erbaccia. Cresce facilmente, non richiede fertilizzanti ed inoltre la fibra di ortica era già utilizzata negli insediamenti neolitici in Svizzera prima della lana o del lino.
La combinazione di bozzoli di seta e tessuto di ortica ha gettato le basi per la progettazione di un design di calzature innovative, che adoperano materiali con nessun impatto sulla natura.
Questo nuovo approccio ci fa capire come sia possibile creare accessori belli e sani, usando ciò che la natura utilizza da milioni di anni.

sabato 26 ottobre 2019

In Sicilia l’energia pulita si produce con gli scarti delle arance


Il pastazzo trasformato presso l'impianto di Mussomeli
Il pastazzo trasformato presso l’impianto di Mussomeli
Ogni anno in Sicilia si producono circa 600mila quintali di arance, ricercate in tutto il mondo per la loro bontà. Si tratta di una delle voci economiche più importanti per l’isola e fino ad oggi ad avere valore era ovviamente solo la loro polpa. Mentre le bucce rappresentavano solo uno scarto da smaltire. Ma ora anche gli scarti delle arance possono rientrare nel ciclo produttivo, come merce preziosa per la produzione di biomassa, e quindi di energia.

DA SCARTI ORGANICI A PREZIOSE FONTI DI ENERGIA PULITA.
La parte dell’arancia più utile al fine di produrre energia è il cosiddetto “pastazzo”, cioè la polpa che si genera quando si fa la spremuta. Di pastazzo, solo in Sicilia, le industrie di spremute e succhi d’arancia ne producono 340 tonnellate ogni anno: fino ad oggi semplici rifiuti organici. Ora invece, tramite degli appositi impianti di trasformazione detti “digestori”, quaranta tonnellate di polpa e bucce di agrumi riescono a produrre una quantità di energia elettrica e termica pari a 23.976 kWh al giorno, sufficiente per fornire energia ad oltre 300 abitazioni. Tutti gli scarti delle arance prodotte in Sicilia potrebbero quindi bastare per dare energia a oltre 2.500 famiglie. COSTRUIRE IMPIANTI DI TRASFORMAZIONE IN TUTTA L’ISOLA. Il progetto è stato avviato in via sperimentale nel 2014 tramite una collaborazione tra l’Università di Catania e una cooperativa locale, con l’obiettivo di sviluppare un progetto pilota capace di dimostrare la fattibilità e la convenienza legate al riuso di prodotti altrimenti destinati allo smaltimento. In un anno l’esperienza si è già diffusa in altri comuni, come a Mussomeli (Caltanissetta). Per i prossimi anni l’idea è quella di costruire almeno 20 impianti di trasformazione su tutta l’Isola, per puntare a trasformare in energia pulita la gran parte degli scarti delle famose arance di Sicilia. Il futuro è anche questo.
http://www.dolcevitaonline.it/in-sicilia-lenergia-pulita-si-produce-con-gli-scarti-delle-arance/

sabato 12 ottobre 2019

Il Nobel che pianta gli alberi (con il suo popolo)

 
Oggi ne parliamo tutti perché ha vinto il premio Nobel per la Pace.
E la motivazione ovviamente è legata alla risoluzione del conflitto con l’Eritrea. Ma Abiy Ahmed Ali, premier dell’Etiopia classe 1976, è il primo Nobel che pianta gli alberi, o almeno il primo ad averne piantati così tanti in un solo giorno e tantissimi in pochi mesi, con l’obiettivo di volerne piantare ancora di più.
Solo nella giornata di lunedì 29 luglio 2019, in Etiopia sono stati ben piantati 350 milioni di alberi nell’ambito del programma governativo Green Legacy, lanciato il 26 maggio con l’obiettivo di arrivare a piantarne ben 4 miliardi in pochi mesi (2,6 miliardi già il 24 giugno). Ma il target di Abiy Ahmed è addirittura di arrivare a 10 miliardi di alberi piantati.
Per la precisione quel giorno di fine luglio, al termine delle 12 ore dell’iniziativa, sono stati piantati in totale 353.633.660 alberi, superando di gran lunga il record di 66 milioni di alberi piantati in 12 ore in India.
Il Comitato per il Nobel ha sottolineato che la pace raggiunta tra i due Paesi del Corno d’Africa “non proviene dalle azioni di un singolo attore”: lo stesso potremmo dire del risultato straordinario raggiunto da Abiy Ahmed, che senza un popolo che piantasse gli alberi con lui non avrebbe mai potuto porsi obiettivi così ambiziosi.
Il governo di Addis Abeba ha favorito in tutti i modi questa mega-opera di riforestazione, consapevole del valore inestimabile di questa risposta collettiva alle conseguenze drammatiche della deforestazione e dei cambiamenti climatici. Piantare alberi può rappresentare un tassello importante nella strategia che un Paese mette in campo per contrastare la crisi climatica e sicuramente è la più economica e semplice tra le misure possibili. Recenti ricerche stimano che si potrebbe eliminare fino a due terzi delle emissioni prodotte dalle attività umane se si coprissero con alberi gli 0,9 miliardi di ettari di terra “disponibile”, escludendo ovviamente le aree coltivate e quelle urbane: in pratica, un’area delle dimensioni degli Stati Uniti. Tom Crowther dell’Università svizzera ETH di Zurigo, autore della ricerca in questione, ritiene quella della forestazione la soluzione “più potente” tra quelle oggi disponibili, ovviamente da affiancare alla riduzione delle emissioni rinunciando alle energie fossili, anche perché seppure vi fosse la volontà politica di inaugurare già oggi questa grande opera di forestazione globale, per vederne gli effetti (eliminare cioè oltre 200 miliardi di tonnellate di carbonio) dovremmo aspettare tra i 50 e i 100 anni.

https://www.ilblogdellestelle.it/2019/10/il-nobel-che-pianta-gli-alberi-con-il-suo-popolo.html

venerdì 11 ottobre 2019

La mia città del futuro


di Beppe Grillo – Ci sono alcuni aspetti che non è possibile ignorare quando pensiamo alle nostre città. Abitiamo in questi bunker a cielo aperto, dove oramai è difficile uscire. Sono ambienti pensati nell’800, sono fatti per tante persone che lavorano.
Sebbene quest’ultima frase possa sembrare banale, non lo è. Le città dove viviamo sono immaginate per tante persone, ma non così tante come ce ne sono ora, nè per lo sviluppo urbano che si prevede. Oggi Roma è la 13esima città più trafficata al mondo (Milano è al 50esimo posto, Napoli 53, Torino 104), in media un cittadino romano passa 4 giorni e 4 notti ogni anno nel traffico.
Inoltre sono fortezze, bunker a cielo aperto, dove si rimane rinchiusi. Tutto ciò che abbiamo costruito nelle città è pensato per il lavoro, anzi per un certo di tipo di lavoro. Con le tecnologie già esistenti potremmo cambiare da domani l’aspetto delle nostre città. Roma per esempio spende più di 230 milioni all’anno solo per la manutenzione stradale e sue infrastrutture.
Ed è incredibile, chi lavora come impiegato passa dal computer di casa a quello dell’ufficio. Non ha senso. Potremmo far rimanere a casa questi dipendenti. Magari un po’ alla volta. Iniziando con 2 o 3 giorni alla settimana.
La maggior remora riguardo al lavoro da casa è per la produttività. C’è l’idea che lavorare da casa sia meno conveniente per le imprese. Tutto il contrario. Secondo una ricerca effettuata da British Telecom, un operatore telefonico britannico, con i suoi 10mila lavoratori da casa, ha il 20% in più di resa rispetto a chi lavora in ufficio.
Per quanto riguarda l’Italia, i dati diffusi dall’Osservatorio Smart Working del politecnico di Milano, lavorare da casa aumenta la produttività mediamente del 25%, raggiungendo picchi del 50% in più.
Il motivo riguarda il lavorare in un ambiente più comodo, tranquillo, senza distrazioni date da colleghi e continue riunioni (uno delle prassi più inutili delle imprese).
Ora immaginate con un cambiamento così semplice cosa accadrebbe dal giorno dopo: meno traffico, meno inquinamento e quindi meno spese per la manutenzione e la sanità, cittadini più tranquilli e felici. Si, perché spesso si guarda solo ai dati economici e mai alla qualità della vita. Abbiamo una vita sola, dovremmo cercare di spenderla nel modo migliore. Immaginate inoltre se le automobili in città fossero almeno tutte ibride.
Pensiamo poi al consumo della terra. Gli ambientalisti sono veramente preoccupati e anche gli agricoltori. Le nostre città sono costruite intorno alle strade, strade pensate per lavori e stili di vita di un secolo fa.
Gas a effetto serra: un enorme risparmio, perché le auto sono la più grande fonte di emissioni, e le città che non dipendono così tanto dalle auto ovviamente creano grandi risparmi. La riduzione della media di Km all’anno per nucleo familiare, potrebbe dimezzarsi, dai circa 26.500 per nucleo familiare, a circa 13.500. Questo avrebbe un enorme impatto non solo sulla qualità dell’aria e sulle emissioni di carbonio ma anche sul portafoglio delle famiglie. È molto costoso viaggiare così tanto. Le auto ibride potrebbero essere una buona via di mezzo. Oramai le tecnologie ci sono e le auto a disposizione consumano poco e sono affidabili. Forse costano ancora un po’ troppo, ma se fossero disponibili solo ibride, il loro presso scenderebbe di molto.
Perché non usare poi di più le gambe e le biciclette? Questa è una funzione delle nuove città che dovremmo costruire.
In città di questo tipo i mezzi pubblici potrebbero viaggiare tranquillamente. Quando Londra decise di far diventare il centro totalmente pedonale ci fu un aumento spropositato dell’efficienza di tutti i mezzi pubblici. Spesso sentiamo dire che il Comune dovrebbe aumentare il numero di mezzi pubblici e cosi i cittadini avrebbero la possibilità di abbandonare le loto auto. Ma in questo modo i mezzi pubblici arriverebbero ancor più in ritardo. Il traffico delle metropoli non è fatto, ne pensato per questo tipo di mezzi. Solo togliendo questa enorme mole di auto potremmo beneficiare di un aumento delle vetture pubbliche.
Los Angeles, ha deciso di trasformarsi in un ambiente più orientato al trasporto pubblico. Di fatto, dal 2008, hanno stanziato 400 miliardi di dollari per il trasporto pubblico e zero dollari per le nuove autostrade. C’è stato un’enorme trasformazione: LA diventa una città di pedoni e trasporto pubblico, non una città di auto.
In Cina c’è un’espansione ad alta densità senza controllo. Enormi edifici e un inquinamento terrificante. La maggior parte delle persone è costretta a girare le città con le mascherine. Il 12% del PIL della Cina viene speso a causa del suo impatto sulla salute. Non è davvero possibile continuare cosi, soprattutto per l’Italia che a dir di tutti dovrebbe vivere di turismo.
Con l’aumento dell’automazione della produzione, si lavorerà sempre meno e le nostre città non sono fatte per la grande scoperta che sconvolgerà il mondo: il tempo libero, il divertimento. Non hanno spazi del genere. Non è logico.
Pensiamo alla logica. Se solo un terzo delle persone ha una macchina, perché dedichiamo il 100 per cento delle strade alle auto? Se chiudessimo il 70 per cento delle strade alle auto e lo dessimo a tutti gli altri, in modo che il trasporto pubblico sia scorrevole, in modo che si possa camminare o andare in bici?
Camminare. Che bella parola. Una città non è bella se non è piacevole camminarci. Ne è un esempio Maidar Eco City, la città dal progettista tedesco Stefan Schmitz che si sta costruendo in Mongolia: la città sarà divisa in vari quartieri, ciascuno dei quali funzionerà come città autonoma all’interno di una città. Di conseguenza, ogni distretto avrà tutti i suoi servizi chiave entro un raggio di 600 metri. Le auto non saranno richieste dai futuri abitanti dell’ eco-città, né sono richieste; le strade principali di Maidar City – le arterie urbane – sono progettate esclusivamente per pedoni, ciclisti e mezzi di trasporto pubblico a propulsione elettrica.
Dobbiamo cambiare radicalmente l’idea di città che abbiamo in mente. Soprattutto perché le città diventeranno i nuovi Stati (a questo riguardo vi invito a leggere l’articolo di Robert Muggah).
In ogni caso voglio essere ottimista. La gente capisce quello che una città può e dovrebbe essere. Ora dobbiamo solo applicare quel che sappiamo.

giovedì 10 ottobre 2019

La Norvegia progetta una città del futuro


Oslo, la capitale della Norvegia, potrebbe presto essere la città più orientata al futuro e sostenibile del mondo.
4 milioni di metri quadrati, nell’area dell’Aeroporto di Oslo, vedranno la costruzione di Oslo Airport City, città sostenibile e futuristica, alimentata interamente da energia rinnovabile e servita esclusivamente da veicoli elettrici.
La città, che verrà costruita in 30 anni, sarà la prima città aeroportuale energeticamente positiva con la capacità di vendere l’energia in eccesso agli edifici, alle comunità e alle città circostanti. Il luogo scelto per il progetto non è un caso: gli aeroporti non sono più costruiti intorno alle città principali, ora le città sono costruite intorno agli aeroporti.
Sostenuta dal passaggio “ambientalista” dei governi norvegesi, da un’economia basata sul petrolio a un’economia alimentata da energie rinnovabili, l’aeroporto di Oslo comprenderà caratteristiche a basse emissioni di carbonio e tecnologie verdi.
La città sarà basata su tecnologia, con piani per incorporare auto elettriche senza conducente, illuminazione automatica e tecnologia intelligente per servizi come la mobilità, i rifiuti e la sicurezza. L’aeroporto di Oslo, di proprietà del governo, è oggi l’aeroporto più digitalizzato d’Europa e dovrebbe essere il primo a gestire la sua prima flotta elettrica a partire dal 2025.
Per soddisfare la passione della Norvegia per lo sport e le attività all’aria aperta, OAC avrà molteplici  attività ricreative incentrate su un parco pubblico, oltre al tradizionale hub cargo e business. È previsto un centro città senza auto e i suoi cittadini non saranno mai più a cinque minuti di distanza dai mezzi pubblici. La città comprenderà anche la fornitura generosa di spazi verdi per la crescente forza lavoro dell’aeroporto, che si prevede che aumenterà da 22.000 a 40.000 persone entro il 2050.

Tomas Stokke Direttore del progetto afferma: “Questa è un’opportunità unica per progettare una nuova città da zero. Grazie a strategie di pianificazione urbana solide, come la percorribilità a piedi, densità adeguate, facciate attive e un centro città privo di auto, in combinazione con gli ultimi sviluppi tecnologici, saremo in grado di creare una città verde e sostenibile.  Sfruttando la posizione centrale nell’Europa settentrionale, una forza lavoro altamente qualificata e la vicinanza ad un aeroporto verde ed espansivo, OAC ha tutti gli ingredienti necessari per divenire un successo. Questo è il tipo di progetto più entusiasmante che possiamo fare come architetti e sono molto orgoglioso di esserne parte”.
Thor Thoeneie, Amministratore Delegato di Oslo Airport City: “Oslo Airport City sarà un catalizzatore per l’attività economica di alto valore in Norvegia. Ci aspettiamo che crei posti di lavoro a lungo termine e altamente qualificati, creando prodotti basati sulla scienza e la tecnologia e fornendo occupazione in servizi, quali l’assistenza sanitaria specializzata e l’istruzione e la formazione dei dirigenti”. Come sviluppatori di città a lungo termine con particolare attenzione alle soluzioni sostenibili e innovative, crediamo che il futuro dello sviluppo delle città aeroportuali in Norvegia e Oslo non sia una questione di se, ma quando!”.
La città dell’aeroporto di Oslo ha ricevuto un’autorizzazione di massima per lo sviluppo e alcune delle aree hanno autorizzazioni dettagliate. La costruzione della prima fase dovrebbe iniziare nel 2019/20, con il completamento dei primi edifici nel 2022.