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lunedì 2 dicembre 2019

Società gilaniche: le floride comunità senza Stato. - L'anarchia durata migliaia di anni



Questo post, che ha avuto una lunga e doverosa gestazione, vuole una volta per tutte dimostrare come una società possa esistere senza Stato ed essere, proprio per questo motivo, estremamente florida e pacifica. Il post è indirizzato a tutti coloro che, di fronte alla saggia proposta politica anarchica, obiettano dicendo (ipotizzando) che una società senza governo e senza Stato non potrebbe mai esistere e che, addirittura, non è mai esistita. Noi del blog Italiani Imbecilli diciamo che è tempo di ricredersi e di conoscere.

Quanti anni ha lo Stato, inteso come forma di organizzazione del potere? In Europa diciamo circa 1200 anni, se consideriamo invece il potere statale centralizzato (come quello attuale), ci si deve rifare a poche centinaia di anni fa, alla creazione degli Stati nazionali (XVI sec.). Se invece consideriamo uno dei primissimi codici di legge, quello del re Hammurabi, dobbiamo risalire a quasi 1800 anni prima di Cristo. E prima cosa c'era? Com'era gestita la società? Se noi leggiamo gli indici dei consueti libri di Storia, cioè di quei testi avallati dallo Stato e che si studiano nelle scuole, la risposta che ci viene fornita in capitoli è la seguente:
In questo indice, però, manca qualcosa di molto importante, qualcosa che mette in crisi l'idea di Stato come unica possibilità di gestione del potere e della società. Per inciso dobbiamo denunciare il fatto che le informazioni storiche censurate nei libri scolastici sono moltissime.
Il capitolo cancellato di cui oggi ci occupiamo non è un capitoletto, si tratta invece di un periodo di migliaia di anni, completamente tagliati, insabbiati, vietati. Parliamo delle società gilaniche, citate come esempio di ottima politica anche dal famoso psicanalista Erich Fromm.

I libri e i mass-media in genere, ci hanno sempre insegnato che 'la civiltà' (con tutto il peso e l'importanza che riveste questa parola) sia iniziata là dove sono sorti i primi Stati, le poleis, le grandi monarchie (egizi, babilonesi, sumeri, assiri, ittiti, fenici, greci...) e in questo modo lo Stato, che detiene il controllo della cultura nazionale, attua la sua prima fidelizzazione autoreferenziale presso il fanciullo.
Si insegna che lo Stato equivale a civiltà (e viceversa) come se prima della nascita degli Stati ci fossero stati soltanto clan, tribù incivili di uomini e donne, poco evoluti, quasi bestie, e anche disorganizzate. Questo è completamente sbagliato. Semmai è esattamente l'opposto, nel senso che le comunità gilaniche, esistenti prima della nascita degli Stati, erano le più fiorenti della storia antica, almeno in Europa (ma diffusamente ve n'erano anche nel continente americano).
Dopo la scomparsa di queste civiltà evolute (spiegheremo anche il motivo della loro scomparsa), l'instaurazione delle gerarchie e degli apparati dello Stato hanno prodotto un regresso notevolissimo in ogni àmbito culturale, morale e cognitivo.
Le società gilaniche
La scoperta delle società gilaniche è dovuta alla famosa archeologa Marija Gimbutas, seguita dall'antropologa Riane Eisler, sua erede culturale. Marija Gimbutas è stata colei che ha coniato il termine 'gilan', che deriva dall'unione di 'gi' + 'an', abbreviazioni dei termini greci giné (donna) e andros (uomo). La lettera 'elle' in mezzo ha due importanti significati:
1) il segno fonetico greco leyin/lyo che vuol dire 'liberare'.
2) segno di unione culturale e ideale tra i due sessi.
Anche il famoso archeologo irlandese-americano James Patrick Mallory si è occupato lungamente delle società non autoritarie (o acefale, o gilaniche) indoeuropee, egli è professore alla Queen's University di Belfast.

Nella pratica del quotidiano vivere, il tutto si traduce come civiltà autorganizzata e non violenta, in cui uomini e donne hanno gli stessi diritti. Stiamo parlando di quella fase temporale che si pone tra il Neolitico e la nascita degli Stati, quindi stiamo abbracciando un grande arco di tempo che va all'incirca dal 7000 al 3500 a.C. (talora sino al 1500 a.C.), dove nel Sud-Est dell'Europa, isole comprese, fiorivano società pacifiche, evolute, raffinate, senza gerarchie, senza governo, senza Stato, senza eserciti. Società non patriarcali, anarchiche ante-litteram, dove l'auto-organizzazione protratta per migliaia di anni non ha mai generato caos e violenze. In nessun sito o tomba gilanica sono state trovate armi, neppure nell'età della lavorazione dei metalli. Nessuna raffigurazione vascolare o parietale riporta scene di guerra. E le numerose statuette della Dea Madre ('Venere' o 'Grande Dea', come viene chiamata da M. Gimbutas) attestano storicamente che all'inizio dio era donna e che, per conseguenza, queste società non contemplavano l'uso della forza fisica (come strumento organizzativo, offensivo e difensivo, prerogativa maschile opportunisticamente utilizzata dagli Stati creatori di eserciti e di repressione istituzionalizzata e legalizzata).
Presso questi popoli l'Arte era fiorente e sofisticata, gli individui erano in costante armonia con la Natura e si professava il culto per la vita, quindi gli strumenti di morte non erano contemplati, né ammessi. Per conseguenza, non v'era nessuna intenzione di nuocere o di sottomettere, niente eserciti, niente repressioni, niente ingiustizie, niente gerarchie, niente mura di cinta: in un contesto così libero e pacifico, non potevano che nascere individui altrettanto liberi e pacifici, capaci di perpetuare questo modello di giustizia sociale.
Tutto questo risponde anche a quelle persone che sono ancorate all'idea (sbagliata) secondo cui l'essere umano tenda per natura al dominio, alla malvagità, e che sia persino incapace di auto organizzarsi. L'Uomo nasce anarchico, cooperativo, solidale, pacifico, vitale, libero ('nessun uomo ha ricevuto dalla Natura il diritto di comandare gli altri' - D. Diderot). Nello specifico degli studi anarchici e antropologici, l'innato istinto cooperativo dell'Uomo è attestato anche dallo scrittore Colin Ward che lo dimostra in più occasioni, e anche, come citato prima, da Erich Fromm (qui). Le Dee Madri sono l'espressione sacra e votiva delle società gilaniche e sono presenti massicciamente in tutta l'Europa sudorientale, isole comprese, cioè in un'area vastissima in cui uomini e donne vivevano nella ricerca costante del miglioramento sociale, nel segno della libertà senza autorità. Il loro sistema culturale, fondato e maturato sull'ordinamento orizzontale (non piramidale e gerarchico), aveva prodotto le migliori espressioni sociali, un sano sviluppo tecnologico, scientifico, architettonico e artistico, volto al vero benessere personale e collettivo.
Nel vivere sociale gilanico, il 'personale' e il 'collettivo' non erano considerati elementi dissociati, ma interdipendenti. Perciò Bakunin afferma spesso: 'non posso dirmi completamente libero, fintanto che gli altri non lo sono completamente'. In una società anarchica, come in quelle gilaniche, non esiste il suddito, poiché la coscienza collettiva e la stessa organizzazione sociale egualitaria lo impedirebbero a priori, non vi sono le condizioni necessarie per la creazione di qualsiasi tipo di oppressione e di senso di rivalsa. Tutto questo, scritto in estrema sintesi (perdonateci per questo), non è riportato in nessun libro scolastico 'ufficiale'.
Quindi
La portata di questa scoperta è talmente grande e 'pericolosa' che ha giustificato la sua costante censura da parte delle istituzioni. Questa scoperta, che ha spaccato anche il fronte degli archeologi, mina profondamente il nostro imprinting secondo cui non esiste altra forma di potere (e di 'civiltà') se non quello statale e gerarchico.
L'esistenza storica delle società gilaniche rappresenta perciò un'ulteriore prova, la più duratura mai avuta nel tempo, in grado di dimostrare ciò che l'anarchia sostiene da sempre: gli Stati sono creazioni artificiali e menzognere, concepite espressamente per opprimere i cittadini, i loro diritti, le loro libertà, le loro esigenze, per il tornaconto di un manipolo oligarchico che vuole comandare gli individui e avere tutti i privilegi. Le società gilaniche e l'anarchia ci dànno la prova che si può fare a meno dello Stato, ci dimostrano che vivere senza sovrani, senza leggi statali, senza gerarchie e soldati, alimenta la pace, la fratellanza e forgia coscienze raffinate e colte. Ma perché le società gilaniche sparirono, lasciando il passo agli Stati? Com'è avvenuto il passaggio?

kurgan: i capostipiti del sistema statale
Gli studi di Marija Gimbutas (ripescati e ristudiati dal movimento femminista negli anni '60) sono stati lunghi e meticolosi e spiegano anche il motivo per cui le società gilaniche si siano estinte quasi simultaneamente. Gimbutas scrive in proposito vari testi che sono inseriti in 'The Kurgan Culture and the Indo-Europeanization of Europe: Selected Articles from 1952 to 1993'. Interessanti anche le altre sue pubblicazioni. Ma veniamo ai kurgan.
Come dimostra la cartina geografica, popolazioni indoeuropee, patriarcali e guerriere, provenienti dall'area caucasica e siberica, divenute patriarcali e guerriere per le cause che si possono leggere nel libro 'Kurgan, le origini della cultura europea' di M. Gimbutas, si introdussero in Europa, estinguendo o assoggettando con le armi le comunità gilaniche, imponendo un modello sociale gerarchico e guerresco, dove la forza fisica e l'autorità maschile erano gli elementi dominanti. Ogni donna, da quel momento, fu destinata alla schiavitù e al concubinaggio forzato. L'ordine anarchico venne represso. Si istituì la proprietà privata. 

I popoli assoggettati furono mantenuti e 'normalizzati' entro rigide leggi (sedicenti divine, in realtà marziali) e in condizione di servitù permanente. Questa servitù e 'questo stato', venne con il tempo metabolizzato dalla coscienza umana ed è diventata normalità, consuetudine, ovvietà, alla quale ci si è abituati. E' dunque qui, e per questi motivi, che nasce la cultura del dominio e la struttura piramidale dello Stato. Ed è da questa logica oppressiva che nascerà quella che oggi viene definita paradossalmente 'civiltà'. Il nostro intendere la politica, la moderna organizzazione sociale, l'autorità costituita, i confini e gli eserciti, derivano quindi dai Kurgan ed è ovvio che, dopo 3000 anni di questa cultura, sembra impossibile oggi concepire un altro sistema di organizzazione sociale diversa da quella statale.


Qui in basso: tabella riassuntiva fotografata dal libro sopra citato 'Kurgan, le origini della cultura europea' di Marija Gimbutas.
Civiltà a confronto. L'Arte parla
L'Arte è quell'espressione dell'essere umano che rivela, racconta, sintetizza il contesto sociale, la cultura di un popolo. Ed è grazie ai reperti artistici che noi possiamo toccare con mano la grandissima differenza tra i gilanici e i kurgan, possiamo constatare la netta cesura culturale, il disastroso regresso sociale e morale avvenuto per colpa del dominio barbarico dei kurgan sui popoli liberi d'Europa. Prendiamo in considerazione l'isola di Creta che, grazie al suo essere isola, è stata l'ultimo baluardo libero e gilanico fino al 1500 a.C. I libri scolastici ben si guardano dal nominare la parola 'gilanica' (o non-violenta) con riferimento alla civiltà cretese. Invece ci hanno insegnato ad associare a Creta l'attributo 'minoico', poiché Minosse fu un re cretese (un re). Ma al di là del mito del Minotauro e dei riferimenti fantastici che si intrecciano intorno al nome di Minosse, cosa c'era a Creta prima di questo sovrano despota? Come vivevano i cretesi gilanici? Cosa ci raccontano i reperti artistici?
Prendiamo in analisi il dipinto più famoso, la tauromachìa (palazzo di Cnosso).
Nel dipinto murale, due donne e un uomo giocano insieme e affrontano il toro. Le attività sociali, compresi i giochi, erano liberamente e normalmente svolte sia dalle donne, sia dagli uomini in un rapporto paritario. E al di là dell'aspetto egualitario tra genere maschile e femminile (aspetto che manca alla decantata e 'civile' cultura democratica greca e in tutte le altre successive), osserviamo lo stile pittorico, la raffinatezza artistica, il grado di fluidità. Dice Giulio Carlo Argan: 'la mancanza della gravità rituale delle figurazioni asiatiche, l'andamento più libero delle linee e l'accordo dei colori, dimostrano che l'immaginazione degli artisti è già aperta verso gli orizzonti di una mitologia fondamentalmente naturalistica'. Peccato solo che i cretesi trovarono, nel loro futuro, soltanto regresso e schiavitù. Ma questa concezione naturalistica e persino realistica di indubbia raffinatezza si riscontra anche nella celebre brocchetta di Gurnià:
Qui l'artista ha dipinto un polpo che abbraccia con i suoi tentacoli la brocca. Quel polpo sta nuotando, il pittore dipinge anche le alghe fluttuanti. Sempre Argan: '(il polpo) è un essere vivo'. Siamo quindi di fronte a un'Arte che dichiara e ostenta la propria vitalità (culto della vita), una grande consapevolezza, un'ottima maturazione culturale, un rapporto intimo e confidenziale con la Natura. Cosa che sparirà da lì a breve con l'ingresso violento dei kurgan anche a Creta, come avvenuto in precedenza in tutta l'Europa sudorientale. Infatti l'Arte dei guerrieri che andò a sostituirsi a quella gilanica produsse un pesantissimo regresso culturale, e di questo regresso ne è ancora testimone il primo periodo dell'Arte greca, successivo alla cultura gilanica, dove la semplificazione e la geometrizzazione estrema della realtà sono il sintomo di una povertà intellettuale che ha fatto compiere un balzo indietro di millenni alla nostra cultura. Guardiamo l'enorme differenza stilistica tra Arte gilanica e quella successiva greca arcaica.
In mezzo ci è passata la cultura rozza, primitiva, guerresca dei kurgan (qui sotto)
Prima dei kurgan non esistevano né la povertà, né tutti quei problemi connessi alla condizione di indigenza. In buona sostanza, lo Stato ha prodotto impoverimento e regresso, dominio ed oppressione, schiavi e padroni, patriarcato e tutte le aberrazioni di cui soffre la nostra società, crimini compresi.
Adesso è forse più chiaro il motivo per cui l'anarchia intende e vuole una società libera e liberata dallo Stato.

Ora non rimane altro da fare che prendere coscienza della Storia e cercare di allontanare dalla nostra vita lo Stato e i suoi apparati di governo, siano essi locali o centrali. Ognuno di noi, attraverso scelte consapevoli per il benessere nostro e dei nostri nipoti, può agire e sconfiggere questa gabbia statale. Ma prima di abbattere lo Stato, occorre distruggere le barriere mentali, le più dure, quelle che lo Stato stesso ci ha imposto da 3000 anni. Oggi di barriere ne sono state abbattute un bel po'. Buon pro' ci faccia, per il bene di tutti.

(L'argomento qui trattato è soltanto una sintesi e non può essere esaustiva. I riferimenti da studiare sono in verità moltissimi, la bibliografia è vasta e interessante. Lasciamo qualche link, a nostro giudizio tra i più autorevoli sull'argomento, gli unici dai quali abbiamo desunto le informazioni per questo articolo).
Marija Gimbutas: 'Signs out the time' (filmato sottotitolato)
Altri esempi di anarchia già applicata (autogoverni, cooperazioni, realtà senza Stato, collettivizzazioni) –
Barcellona 1936 (filmato)
La Comune di Marsiglia (e di altre città francesi)
'L'antica Europa e l'Anatolia, come la Creta minoica, erano una 'Gilania' (Marija Gimbutas 'Il linguaggio della Dea': introduzione, pag. 21)
(Ci teniamo a dire che gli anarchici non hanno mai avuto bisogno di queste 'prove' per dimostrare l'efficacia e la bontà dell'anarchia. Pertanto, questo articolo va a beneficio di quanti hanno sempre dubitato, screditato, diffamato l'anarchia e gli anarchici, non conoscendo, ipotizzando e lasciandosi deviare dalle menzogne di Stato. Di fronte all'evidenza storica, qualsiasi dubbio cade, 'come corpo morto cade')
Non lo diciamo mai, ma crediamo sia importante far circolare il più possibile il link di questo articolo, come state già facendo.
Grazie.
Il lemma 'Gilania' nell'enciclopedia Treccani (qui )
Dall'enciclopedia Treccani
gilania: Organizzazione sociale anteriore al patriarcato, esistita in Europa tra il 7000 e il 3500 a.C. e caratterizzata dall’eguaglianza tra sessi e dalla sostanziale assenza di gerarchia e autorità centralizzata. Tra il 4300 e il 2800 a.C. la g. sarebbe stata soppiantata da un'altra cultura neolitica, quella dei kurgan, una società androcratica e patrilineare emersa dal bacino del Volga. Il termine è stato coniato dall'archeologa di origine lituana M. Gimbutas utilizzando le radici greche gy (donna) e an (uomo).

COMPRESSA-MENTE: Società gilaniche: le floride comunità senza Stat..

sabato 5 novembre 2016

Arriva Promised Land, il film che denuncia i terremoti provocati dal "fracking industriale"



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Uscito lo scorso 28 dicembre nei cinema statunitensi, Promised Land, ultima prova da regista di Gus Van Sant, approda nei nostri cinema giovedì 14 febbraio. 



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La sceneggiatura è stata scritta dal suo protagonista Matt Damon insieme a John Krasinski, anche lui nel cast. In passato Damon aveva scritto un’unica sceneggiatura, quella di Will Hunting – Genio ribelle, in coppia con Ben Affleck. Il fatto che dopo quindici anni abbia voluto tornare alla scrittura, per raccontare la storia di una comunità rurale devastata dalla pratica del fracking, la dice lunga su come il suo impegno per l’ambiente non sia soltanto una trovata auto-promozionale, come è accaduto spesso per molti divi dall’ecologismo di facciata.

Anche nota come hydrofracking, questa pratica utilizza la pressione idraulica per provocare la fratturazione degli strati rocciosi e favorire, in questo modo, l’estrazione del gas scisto tramite trivellazioni. 


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La prima azienda statunitense a utilizzare commercialmente questa pratica è stata la Halliburton, nel 1947. Ora che gli Stati Uniti puntano a raggiungere l’autonomia energetica e a liberarsi dalla schiavitù del petrolio mediorientale persino il presidente Barack Obama (Nobel per la pace) si schiera dalla parte dei sostenitori del fracking...


 I pericoli connessi a questa pratica sono tanti, dall’inquinamento delle falde acquifere ai fenomeni sismici o microsismici su scala locale. Ed è proprio sui rischi connessi a questa pratica che Matt Damon e Gus Van Sant hanno scelto di impostare il loro racconto.


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Come spiega l’incipit del trailer italiano l’industria petrolifera americana ha cercato di boicottare il film prima ancora del suo arrivo in sala. L’Independent Petroleum Association of America si è attivata per inviare studi scientifici sulla non nocività del fracking ai critici cinematografici, distribuire volantini al pubblico davanti ai cinema e contrattaccare il film su Facebook e Twitter.

Una reazione del genere si era già avuta nel 2010 all’uscita nei cinema americani di Gasland, il documentario di Josh Fox candidato all’Oscar. 


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Ma mentre il documentario era stato attaccato direttamente, per il film si è usata un’altra strategia: essendo un’opera di fiction si è cercato di presentarla come banale e semplificatrice. 

In Pennsylvania Marcellus Shale Coalition – un’industria che opera nel settore dell’estrazione di gas naturali - ha pagato uno spot di 16 secondi da trasmettere nel 75% dei cinema dello Stato, nello stesso periodo di uscita del film, per rassicurare la popolazione sul rispetto delle norme di sicurezza nelle operazioni estrattive. Potenza del cinema che, negli States, è un’industria con fatturato ancora più alto dell’industria del petrolio.

Fonte: http://www.ecoblog.it/post/50897/promised-land-il-film-denuncia-sul-fracking-con-matt-damon-nei-cinema-italiani-dal-14-febbraio



domenica 23 ottobre 2016

Le malattie inventate: affari d’oro per l’industria farmaceutica


di Vincenzo Calia - Pediatra, Roma

Che ne direste quest’anno, invece di cambiare il computer o rifare la cameretta dei bambini di comprarvi una bella malattia? Vi sembrerà strano, ma le malattie sono in vendita e, se uno ne vuole può comprarne facilmente una. È questo il senso di un “Superdigest” (un specie di concentrato) del numero di aprile 2006 della Rivista Public Library of Science (rivista on line americana reperibile al sito www.plos.org), pubblicato da “Medico e Bambino”, la rivista di pediatria pratica più accreditata e letta in Italia.

Disease mongering

In questa definizione è tutto il succo della questione; potremmo tradurla come “la bottega delle malattie”. Se ne parla negli ambienti medici e sulla stampa perché si è scoperto che l’invenzione di malattie nuove, e di conseguenza la vendita di nuove terapie, è diventata un grosso affare.
Si spiega anche così come mai nei paesi ricchi, pur essendo le condizioni sociali e sanitarie sempre migliori, aumenti ogni anno la spesa per l’assistenza sanitaria; e non c’è Stato, Cassa Mutua o Compagnia di assicurazioni che non si trovi in serie difficoltà a far fronte alle richieste crescenti di interventi sanitari.

Il trucco è semplice: si prende un fenomeno naturale (per esempio la diminuzione dell’appetito sessuale fra gli uomini anziani) e lo si trasforma in una malattia (chiamandola, per esempio, “disfunzione erettile”); dopo di che si lancia una campagna sui media che prelude alla commercializzazione di una terapia per la nuova malattia (in questo caso il Viagra). Di esempi come questo il Superdigest di “Medico e Bambino” ne riporta diversi; generalmente è l’industria farmaceutica a trarre beneficio da tutta questa grancassa mediatica, e perciò essa spende in pubblicità molto di più di quanto non spenda per la ricerca.

Perché parlarne su UPPA?

Per almeno due motivi: il primo è che protagonisti di questo mercato sono i mass media, quindi anche i giornali e UPPA è un giornale; il secondo è che anche i bambini possono essere coinvolti in questo meccanismo. L’esempio più citato è quello dell’ADHD (la sindrome con iperattività e deficit di attenzione), che fino a non molti anni fa non esisteva, poi sembra che sia dilagata negli Stati Uniti e quindi anche in Europa, e si cura con un farmaco il cui consumo è cresciuto nel mondo di 9 volte dal 1990 al 2000; la cosa curiosa è che l’incidenza dell’ADHD cambia così tanto da paese a paese, che è molto difficile spiegare queste differenze con criteri scientifici. Un caso da manuale: si parla così tanto di questo disturbo sui giornali e alla TV che chiunque si sente autorizzato a fare la diagnosi e a proporre la terapia: a tutto vantaggio delle case farmaceutiche, che stanno dietro alle campagne giornalistiche.
Per fortuna i bambini sono modesti consumatori di farmaci e non sono molto corteggiati dalle multinazionali; però può capitare anche a loro di fare un lungo percorso clinico, con visite, esami, diagnosi, cura e persino “guarigione”, senza che però ci sia un elemento di non secondaria importanza: la malattia.

Commercianti… a fin di bene

In questo caso l’iniziativa non è delle industrie farmaceutiche, ma di noi medici che istintivamente, il più delle volte sinceramente convinti di perseguire il bene dei nostri pazienti, ci ingegnamo a “creare” problemi; per poi darci da fare per risolverli. La molla che fa scattare tutto questo potrebbe essere il fatto che i medici dei bambini sono molto numerosi, mentre i loro potenziali pazienti sono pochi e per giunta sempre più sani. E allora ci si dà da fare. Facciamo un esempio.
Un grande ospedale dove nascono molti bambini invita tutti i neonati a tornare, qualche giorno dopo la nascita, per una visita di controllo, che però dovrebbe essere fatta dal pediatra di famiglia: si genera un flusso di accessi ad un ambulatorio, che non potrà seguire con continuità questi bambini. Ad alcuni di questi neonati può capitare anche che si prescrivano degli accertamenti: per esempio un’ecografia renale o cerebrale, per essere sicuri che tutto vada bene. Non c’è danno (le ecografie non sono raggi X) ma c’è un costo, in denaro e in apprensione.

La fantasia al potere

Nascono ogni giorno nuove specializzazioni. L’Adolescentologia, per esempio, e così un periodo della vita può essere vissuto come una sorta di malattia, curata da specialisti; o l’Andrologia pediatrica, definizione curiosa perché si riferisce a due condizioni che non potranno mai verificarsi contemporaneamente: l’essere uomo (andros in greco, da cui andrologia) e bambino (pais, da cui pediatria).

“Doctor News”, quotidiano on line riservato ai medici, l’8 giugno 2006 scrive: “Promuovere la salute a scuola e istituire il medico scolastico, con ambulatori “essenziali” in ogni istituto. Questi gli scopi di una proposta di legge presentata alla Camera… il testo punta a “promuovere la salute nel sistema educativo di istruzione e formazione… in particolare nei campi dell’igiene, dell’alimentazione, della motricità, della prevenzione contro l’assunzione di sostanze nocive, del supporto psicologico agli alunni, del pronto soccorso, del rispetto e del rapporto con l’ambiente”. Ma come, l’Italia non è l’unico paese al mondo che fornisce l’assistenza pediatrica diretta a tutti i bambini? E allora che bisogno c’è di mettere un medico anche a scuola? Ma dice sempre “Doctor News”: “… si offrirebbe così un’occupazione ad almeno 15.000 medici, in un momento in cui i disoccupati con una laurea in medicina hanno raggiunto cifre notevoli”.


Cari lettori…
…vi voglio dare un consiglio: non andate in giro per medici, se non ce n’è bisogno. Seguite l’esempio di Mattia, 11 anni, che dopo aver ascoltato in silenzio la sua mamma che mi chiedeva insistentemente un visita ortopedica, di cui Mattia non aveva bisogno, non riuscì più a trattenersi e disse: “Mamma, c’è ben altro nella vita!”

Il nostro Ministero della Salute pubblica un prezioso bimestrale, inviato a tutti i medici, il “Bollettino di informazione sui farmaci”. L’editoriale pubblicato sul n. 3 del 2005, intolato Nasce prima il farmaco o la malattia? si occupa di desease mongering e spiega come si creano malattie (da curare con farmaci inventati ad hoc) partendo da eventi comuni della vita: “La calvizie: da inconveniente ordinario diventa problema medico; la fobia sociale: da malessere sociale a personale disturbo psichico; i disturbi dell’alvo: da fastidi leggeri a sintomi di malattie gravi; la rarefazione dell’osso: da fattore di rischio a malattia.”
Di bambini parla poco, ma Gli inventori delle malattie, un libro scritto dal giornalista scientifico tedesco Jörg Blech (editrice Lindau, prezzo 18,00 €) è una vera miniera di notizie, tutte interessanti e molto ben documentate, su come si cerca di trasformare la nostra vita in un’unica, interminabile malattia (a prognosi, ahimè, infausta). Una lettura un po’ inquietante,ma sicuramente da non perdere.

Vincenzo Calia- Pediatra, Roma


 

lunedì 17 ottobre 2016

Hillary Clinton ha venduto le armi all' ISIS



 
Wikileaks conferma Hillary ha venduto le armi all' ISIS
Altro che le chiacchiere da spogliatoio di Trump,altro che i sondaggi vinti dichiarati dalle rincoclintoniane Giovanna Botteri per la rai e la Forcella per le reti mediaset la Hillary Clinton è una criminale,il suo compito è quello di guidare alla terza guerra mondiale.Caos e destabilizzazione del mondo sono i preparativi ora bisogna mettere la parola fine e creare questo nuovo ordine mondiale.
Alfredo d’Ecclesia


Anche se Hillary Clinton ha ripetutamente negato che lei ha venduto armi ai terroristi islamici mentre prestava servizio come Segretario di Stato, il fondatore di Wikileaks Julian Assange sostiene che ha la prova del contrario. Thepoliticalinsider.com ha riferito: Nel secondo mandato di Obama, il segretario di Stato Hillary Clinton ha autorizzato la spedizione di armi di fabbricazione americana in Qatar, un paese in debito con i Fratelli Musulmani, e amichevole per i ribelli libici, nel tentativo di rovesciare il governo libico di Gheddafi , e poi spedire quelle armi verso la Siria al fine di finanziare al Qaeda, e rovesciare Assad in Siria. Clinton ha preso il ruolo principale nell'organizzazione dei cosiddetti "Amici della Siria" (alias Al Qaeda / ISIS) per eseguire l'insurrezione della CIA guidato per un cambio di regime in Siria. Sotto giuramento Hillary Clinton ha negato che sapeva sulle spedizioni di armi durante la testimonianza pubblica all'inizio del 2013 dopo l'attacco terroristico di Bengasi. In un'intervista a Democracy Now, Wikileaks 'Julian Assange ha affermato che 1.700 messaggi di posta elettronica contenuti nella cache di Clinton si collegano direttamente Hillary alla Libia alla Siria, e direttamente ad Al Qaeda e ISIS. Leggi la sua testimonianza completa @ (Link: www.thepoliticalinsider.com)
http://www.thepoliticalinsider.com/wikileaks-confirms-hillary-sold-weapons-isis-drops-another-bombshell-breaking-news/#ixzz4GUgUfkzT

traduzione di Alfredo d’Ecclesia

http://alfredodecclesia.blogspot.it/2016/10/boom-wikileaks-conferma-hillary-ha.html

http://altrarealta.blogspot.it/

lunedì 10 ottobre 2016

Malattie in libera vendita... e noi paghiamo per averle


Morte - foto brusa
Beh, prima o dopo, tutti dobbiamo timbrare il cartellino di Sora Morte e per uno spiritualista poi non dovrebbe essere nemmeno causa di grande panico. Forse, essendo occidentali e bianchi, non avremo mai la serenità di un guru o di un nativo americano sull'argomento, ma, molti fra noi hanno acquisito a sufficienza da non averne paura.

Detto questo, resta grottesco, assurdo ed in qualche modo irridente il fatto di pagare profumatamente il diritto di star male e morire in modo lento e doloroso. Perchè dico questo?
Il pensiero mi è sorto tornando dalla spesa, la mia è, nei limiti del possibile, equa, equilibrata e del tutto priva di sofferenza e morte animale, ogni giorno che passa lo è maggiormente; la consapevolezza è graduale e, passo a passo, si eliminano gli errori e le follie in acquisto, la mia spesa diventa più cosciente di giorno in giorno.

Però è innegabile che spesso essa dipenda dalla normale distribuzione (anche perchè, per qualche assurdo motivo, fare una spesa consapevole può costare il doppio, se non di più, di una inconsapevole e non sempre questo è giustificabile). 
Anche se di rado (preferisco i negozi ai grandi centri-commerciali), mi capita quindi di essere nei supermercati, e di vedere come siano composte la stragrande maggioranza delle spese che vi si compiono, personalmente, in ogni caso,  spulcio componenti ed ingredienti sulle etichette, ma pochi lo fanno … da quel che vedo, quasi nessuno.

Quanta insanità compriamo senza rendercene conto? Un non consapevole che si fidi di quella che denominiamo Grande Distribuzione compone la sua spesa di molteplici prodotti fortemente tossici.
Un sistema che, metodicamente ci avvelena o fa di noi clienti perfetti ed a vita per Big Pharma…
Questo è vero per quasi tutto quello che, normalmente, compone una spesa tipo, dai detersivi, agli ammorbidenti, alla frutta e verdura trattate con pesticidi e prodotti infami, ai latticini ed alla carne, ai polli allevati a terra ed in realtà gonfiati con gli ormoni... passando per gli oli di palma e vegetali lavorati industrialmente, sino agli abiti ed alle loro colorazioni.

E questa è solo una enumerazione sommaria e superficiale, che non considera i danni, ingentissimi e permanenti, arrecati all'ambiente o il consumo metodico, folle e suicida delle risorse planetarie fondamentali, che non sono infinite, nonostante le nostre convinzioni; la maggioranza di noi continua a comprare, inconsapevolmente, lasciandosi abbindolare dalle confezioni, dalla pubblicità ingannevole dal racconto di una scienza di parte e strumentale.

Nessuno ci ha detto, per anni, che gli ammorbidenti erano fortemente tossici, per esempio! Quindi noi li abbiamo odorati, per testarne il profumo, in quelle bottiglie così colorate e sempre più costose, così come abbiamo portato al volto i nostri panni asciugati e, poveri noi, profumati... e sempre con i ringraziamenti del pianeta che ci ospita! Li abbiamo indossati quegli abiti, abbiamo dormito in quelle lenzuola… intossicandoci ed aprendo la strada ad una miriade di malattie, dalle allergie alle dermatosi... e, spesso, anche ai tumori.
Tutta questa merce non ci viene regalata, anzi, il suo prezzo (in euro) aumenta quotidianamente, ogni giorno che passa ci viene richiesto di più per la nostra “solita” spesa… ma quanta morte precoce, dolore senile ed insanità ci portiamo a casa a prezzi sempre più esorbitanti? Certo, loro vendono e ricorrono ad ogni trucco lecito ed illecito per farlo, ma siamo noi a comprare, siamo noi a farci quotidianamente abbindolare come una massa di pesci intorno all'esca.

Nessuno ci educa ad una consapevolezza alimentare, del pericolo insito nei formaggi, nei latticini, soprattutto in quelli "moderni" e trattati industrialmente.
Nessuno ci ha educati a vivere sostenibilmente e compatibilmente, dovrebbe essere materia scolastica, eppure nessuno ci ha detto, e ci dice, quanto male possa farci il “magico WI-FI”.
Ci hanno solamente indotti a divenire consumatori compulsivi e possibilmente ignoranti… e molti, troppi, anche di fronte all'evidenza continuano a permetterglielo… in fondo siamo noi a mantenere in vita i vampiri. Basterebbe negargli il nostro sangue ed esporli alla luce del sole per vederli morire... almeno iniziare a provarci, anche se è difficile sfuggire completamente al meccanismo (sono molto bravi ad inventare comode “alternative” a perzzi ragionevoli … acquistabili anche a rate!)
Sono solo esempi di come ci ingannino facendoci pagare a dismisura le cause della nostra carenza di salute e la certezza del dolore che affliggerà la nostra vecchiaia. E di come e quanto noi permettiamo loro di farlo.
Sino al falso assoluto della durata della vita in aumento. In queste statistiche, parlando degli anni dietro alle nostre spalle, soprattutto dei secoli passati si inseriscono anche i decessi avvenuti per le guerre e l'altissima incidenza della mortalità infantile… qualsiasi statistico serio potrà testimoniarlo e quindi quando si dichiara che la vita media è salita si mente. I sopravvissuti alle guerre, alla falcidia della mortalità infantile vivevano a lungo, sani… gli ottantenni erano la normalità.
Sino alla certezza scientifica, che nel neolitico la razza umana, pur funestata da questi aspetti di Sora Morte, le guerre, appunto, e la mortalità alla nascita e per parto, i nostri avi fossero più sani, più robusti, più adatti e morissero prevalentemente con i loro denti. Per dire...

Le razze longeve nei nostri tempi, non a caso, vivono lontane dalle farmacie e dalla modernità e dai supermercati.

Tornando a noi, persino io, che compro biologico, vegano e possibilmente equo, italiano ed a Km. 0 … beh, quotidianamente corro il rischio di portarmi a casa la mia dose di "morte".
Tutti, chi più chi meno, sorridono di fronte ai maniaci del biologico, del sano, veniamo spesso considerati dei fissati, ma forse al di là dei toni a volte ieratici e in parte fideistici, sarebbe il caso che iniziassimo tutti ad occuparcene, e forse, allora ci renderemmo conto che fra modernità e progresso c'è differenza… che fra evoluzione e consumo vi è un abisso e che non necessariamente questo sistema fa il meglio possibile per noi… anzi, non lo fa affatto! In fondo, un granello di sabbia negli ingranaggi potrebbe fermare la macchina… basterebbe farlo e ci stupirebbe constatare quanto costoro dipendano da noi.


Rosa Bruno

mercoledì 28 settembre 2016

Lavorare la metà e guadagnare il doppio: si può fare!

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La Foxconn è l’azienda cinese che produce componenti elettronici per Apple, Microsoft e molte altre multinazionali del settore tecnologico. Recentemente ha ridotto il numero dei suoi operai da 110mila a 50mila, non perché colpita dalla crisi, ma semplicemente per sostituire il loro lavoro con quello dei robot. Lo stesso sta avvenendo con meno clamore in tante ditte più piccole, da tempo, anche in Italia.
La sharing economy, l’intelligenza artificiale e l’internet delle cose sono i tre fattori di un cambiamento epocale in atto, potenzialmente accomunabile alla rivoluzione industriale nelle conseguenze economiche e sociali. Si stima che nei prossimi 10-20 anni il 50% delle professioni scompariranno o saranno automatizzate. Una rivoluzione che potrebbe cambiare definitivamente i concetti di lavoro e capitalismo come oggi li conosciamo.
In un mondo che funziona interpreteremmo questa notizia come una grandiosa rivoluzione. Le macchine potranno lavorare al posto nostro e se per fare il lavoro di 100 persone da domani ne basteranno 50 vorrà dire che tutti potremo lavorare la metà del tempo. Liberando così buona parte della giornata per le cose che contano davvero nella vita.
Per lungo tempo si è creduto che questa sarebbe stata la conseguenza della meccanicizzazione del lavoro. Nel 1930 John Keynes, probabilmente il più influente economista del secolo scorso, scriveva che nell’arco di cento anni la ricchezza disponibile sarebbe quadruplicata e allo stesso tempo la settimana lavorativa si sarebbe progressivamente ridotta fino ad arrivare 15 ore, consentendo così alle persone di avere tempo per le passioni, il tempo libero e la salute.
Al 2030 manca ormai poco e se è vero che le previsioni keynesiane si sono ampiamente avverate per quanto riguarda la ricchezza complessiva degli stati occidentali, già oggi di cinque volte superiore rispetto al 1930, lo stesso non si può certo dire riguardo all’orario di lavoro.
Per alcuni anni il mondo sembrò effettivamente andare nella direzione prevista da Keynes, nel 1932 il Senato Usa approvò una legge che riduceva l’orario di lavoro a 30 ore settimanali, una norma che venne giudicata sostenibile economicamente alla luce della maggiore produttività garantita dalla macchinazione del lavoro e pensata insieme per ridurre la disoccupazione e aumentare i consumi. La norma ebbe però vita breve sotto la pressione delle lobbies industriali e il nuovo presidente Roosevelt la annullò l’anno seguente.
Nuovamente negli anni ’90 il mondo parve essere vicino a una riduzione dell’orario di lavoro. Alcuni Paesi europei, Francia in testa, sperimentarono la settimana lavorativa di 35 ore. Poi il nuovo millennio, la competizione globale, le delocalizzazioni, la crisi finanziaria: al giorno d’oggi si fanno leggi che deregolamentano le ore di straordinario, parlare di ridurre l’orario di lavoro è considerato da pazzi. Il risultato è che lavoriamo più o meno quanto i nostri nonni, ma con livelli di stress maggiori a causa della diffusione dei lavori cognitivi.
Oggi la pressione e il lavoro eccessivo stanno diventando un vero status symbol. Spinti dalla retorica iper-produttiva che avanza e dal sogno che solo rimboccandosi le maniche ci si può realizzare aspirando a tutti gli agi che la pubblicità ci propone come bisogni, avere del tempo libero è diventato quasi uno stigma sociale, una cosa da falliti, non la scelta consapevole di chi decide di anteporre la vita al lavoro.
The hand reaches out from big heap of crumpled papers
Si è inclini a credere che chi lavora meno passi il tempo oziando davanti alla tv o al computer. Ma le statistiche ci dicono che è proprio nelle nazioni dove si lavora troppo, come negli Stati Uniti, che le persone passano più tempo davanti agli schermi: 4 ore al giorno, praticamente nove anni filati nel corso della vita. Lavorare troppo prosciuga energie fisiche e mentali, e spinge a fare attività come guardare la tv, che ci permettono di rimanere completamente passivi, mentre il flusso delle immagini, tra una serie e talk show, ci mostra pubblicità incalzanti su nuovi prodotti che dobbiamo assolutamente riuscire ad avere. Lavorando di più per poterceli permettere, naturalmente.
Un circolo vizioso che non è neppure funzionale al buon andamento del sistema. È provato come proprio lo stress e gli orari di lavoro eccessivi siano causa di tanti disastri, da quello nucleare di Chernobyl, a molti incidenti ferroviari, automobilistici o aerei. Proprio nelle ultime ore di lavoro e in quelle straordinarie secondo uno studio della Cgil si concentrano più della metà degli incidenti sul lavoro che avvengono in Italia, causando tragedie individuali e spese per il servizio sanitario.
Lavorare a lungo non giova neppure alla crescita economica delle nazioni. Può sembrare un controsenso ma è così, anche se da anni cercano di convincerci che bisogna diventare più produttivi, accettare gli straordinari, deregolamentare ogni norma sul lavoro e tenere aperti gli esercizi commerciali anche la domenica. La verità è che i paesi dove si lavora di più sono anche quelli dove la disuguaglianza economica è più accentuata e dove il Pil non cresce. Non a caso in Europa la nazione dove si lavora di più è la Grecia (42 ore medie a settimana) seguita da Portogallo e Spagna, mentre quelle dove si lavora meno sono Lussemburgo, Paesi Bassi e Germania.
Eppure gli strumenti per uscire da questo sistema ingiusto e inefficace, se non per i pochi che dallo sfruttamento della manodopera si arricchiscono, scaricandone sulla società i costi in termini sociali e sanitari, ci sarebbero. Come abbiamo visto la ricchezza che un’ora di lavoro genera è enormemente superiore a 100 anni fa grazie alla tecnologia. Basterebbe semplicemente distribuire in modo corretto questa ricchezza per permettere a tutti di avere un lavoro e far sì che esso non occupi la gran parte della vita di un essere umano. Quello che manca è un cambio di paradigma, che può avvenire solo con una nuova consapevolezza collettiva che porti a un cambiamento politico.
Per prima cosa il lavoro non è solo il lavoro salariato, cioè quello destinato alla paga e al mercato, anche se hanno fatto di tutto per convincerci del contrario. Se è vero che il lavoro salariato scarseggia (e, per fortuna, scarseggerà sempre di più) di lavori da fare ce ne sono in abbondanza: edifici da rimettere a posto, argini di fiumi da rinforzare, città da ripulire e buche da sistemare, bambini svantaggiati da sostenere e anziani da assistere. Le risorse per fare tutto questo ci sono, basta toglierle dalle tasche dell’1% che si arricchisce costringendo gli altri alla fatica per la sopravvivenza.
E ci sono anche per approvare un vero reddito di cittadinanza. Se le macchine lavorano per noi perché non dobbiamo godere della ricchezza che producono? Anche qui la retorica che milioni di persone pagate a prescindere si perderebbero nell’ozio non regge. È fumo negli occhi per difendere un sistema razionalmente indifendibile. Diversi esperimenti condotti nel passato (negli Usa ma anche nel nord Europa) hanno evidenziato come le persone assegnatarie di un reddito incondizionato utilizzavano il tempo e la serenità derivante dal non avere l’assillo del reddito per cominciare progetti che nella maggioranza dei casi si rivelavano fruttuosi in poco tempo, che fossero imprese private o iniziative di pubblica utilità.
A Göteborg, la seconda città più grande della Svezia, da due anni si sta sperimentando la settimana lavorativa di 30 ore. Un esperimento approvato da diversi economisti, che sostengono che diminuendo l’orario lavorativo i lavoratori non diminuiranno la loro produttività in quanto è provato che il rendimento di ogni lavoratore decresce ora dopo ora. Inoltre si stima che avere più ore libere aiuterà a fare girare l’economia e a migliorare la salute dei lavoratori, diminuendo così la spesa sanitaria. Un esperimento seguito con interesse dal governo nazionale pronto, se i risultati saranno confortanti, a trasformarlo in legge. Non è la svolta definitiva nel senso che auspichiamo, ma già cominciare da qui sarebbe un passo avanti.

http://www.dolcevitaonline.it/lavorare-la-meta-e-guadagnare-il-doppio-si-puo-fare/