sabato 12 ottobre 2019

Il Nobel che pianta gli alberi (con il suo popolo)

 
Oggi ne parliamo tutti perché ha vinto il premio Nobel per la Pace.
E la motivazione ovviamente è legata alla risoluzione del conflitto con l’Eritrea. Ma Abiy Ahmed Ali, premier dell’Etiopia classe 1976, è il primo Nobel che pianta gli alberi, o almeno il primo ad averne piantati così tanti in un solo giorno e tantissimi in pochi mesi, con l’obiettivo di volerne piantare ancora di più.
Solo nella giornata di lunedì 29 luglio 2019, in Etiopia sono stati ben piantati 350 milioni di alberi nell’ambito del programma governativo Green Legacy, lanciato il 26 maggio con l’obiettivo di arrivare a piantarne ben 4 miliardi in pochi mesi (2,6 miliardi già il 24 giugno). Ma il target di Abiy Ahmed è addirittura di arrivare a 10 miliardi di alberi piantati.
Per la precisione quel giorno di fine luglio, al termine delle 12 ore dell’iniziativa, sono stati piantati in totale 353.633.660 alberi, superando di gran lunga il record di 66 milioni di alberi piantati in 12 ore in India.
Il Comitato per il Nobel ha sottolineato che la pace raggiunta tra i due Paesi del Corno d’Africa “non proviene dalle azioni di un singolo attore”: lo stesso potremmo dire del risultato straordinario raggiunto da Abiy Ahmed, che senza un popolo che piantasse gli alberi con lui non avrebbe mai potuto porsi obiettivi così ambiziosi.
Il governo di Addis Abeba ha favorito in tutti i modi questa mega-opera di riforestazione, consapevole del valore inestimabile di questa risposta collettiva alle conseguenze drammatiche della deforestazione e dei cambiamenti climatici. Piantare alberi può rappresentare un tassello importante nella strategia che un Paese mette in campo per contrastare la crisi climatica e sicuramente è la più economica e semplice tra le misure possibili. Recenti ricerche stimano che si potrebbe eliminare fino a due terzi delle emissioni prodotte dalle attività umane se si coprissero con alberi gli 0,9 miliardi di ettari di terra “disponibile”, escludendo ovviamente le aree coltivate e quelle urbane: in pratica, un’area delle dimensioni degli Stati Uniti. Tom Crowther dell’Università svizzera ETH di Zurigo, autore della ricerca in questione, ritiene quella della forestazione la soluzione “più potente” tra quelle oggi disponibili, ovviamente da affiancare alla riduzione delle emissioni rinunciando alle energie fossili, anche perché seppure vi fosse la volontà politica di inaugurare già oggi questa grande opera di forestazione globale, per vederne gli effetti (eliminare cioè oltre 200 miliardi di tonnellate di carbonio) dovremmo aspettare tra i 50 e i 100 anni.

https://www.ilblogdellestelle.it/2019/10/il-nobel-che-pianta-gli-alberi-con-il-suo-popolo.html

venerdì 11 ottobre 2019

La mia città del futuro


di Beppe Grillo – Ci sono alcuni aspetti che non è possibile ignorare quando pensiamo alle nostre città. Abitiamo in questi bunker a cielo aperto, dove oramai è difficile uscire. Sono ambienti pensati nell’800, sono fatti per tante persone che lavorano.
Sebbene quest’ultima frase possa sembrare banale, non lo è. Le città dove viviamo sono immaginate per tante persone, ma non così tante come ce ne sono ora, nè per lo sviluppo urbano che si prevede. Oggi Roma è la 13esima città più trafficata al mondo (Milano è al 50esimo posto, Napoli 53, Torino 104), in media un cittadino romano passa 4 giorni e 4 notti ogni anno nel traffico.
Inoltre sono fortezze, bunker a cielo aperto, dove si rimane rinchiusi. Tutto ciò che abbiamo costruito nelle città è pensato per il lavoro, anzi per un certo di tipo di lavoro. Con le tecnologie già esistenti potremmo cambiare da domani l’aspetto delle nostre città. Roma per esempio spende più di 230 milioni all’anno solo per la manutenzione stradale e sue infrastrutture.
Ed è incredibile, chi lavora come impiegato passa dal computer di casa a quello dell’ufficio. Non ha senso. Potremmo far rimanere a casa questi dipendenti. Magari un po’ alla volta. Iniziando con 2 o 3 giorni alla settimana.
La maggior remora riguardo al lavoro da casa è per la produttività. C’è l’idea che lavorare da casa sia meno conveniente per le imprese. Tutto il contrario. Secondo una ricerca effettuata da British Telecom, un operatore telefonico britannico, con i suoi 10mila lavoratori da casa, ha il 20% in più di resa rispetto a chi lavora in ufficio.
Per quanto riguarda l’Italia, i dati diffusi dall’Osservatorio Smart Working del politecnico di Milano, lavorare da casa aumenta la produttività mediamente del 25%, raggiungendo picchi del 50% in più.
Il motivo riguarda il lavorare in un ambiente più comodo, tranquillo, senza distrazioni date da colleghi e continue riunioni (uno delle prassi più inutili delle imprese).
Ora immaginate con un cambiamento così semplice cosa accadrebbe dal giorno dopo: meno traffico, meno inquinamento e quindi meno spese per la manutenzione e la sanità, cittadini più tranquilli e felici. Si, perché spesso si guarda solo ai dati economici e mai alla qualità della vita. Abbiamo una vita sola, dovremmo cercare di spenderla nel modo migliore. Immaginate inoltre se le automobili in città fossero almeno tutte ibride.
Pensiamo poi al consumo della terra. Gli ambientalisti sono veramente preoccupati e anche gli agricoltori. Le nostre città sono costruite intorno alle strade, strade pensate per lavori e stili di vita di un secolo fa.
Gas a effetto serra: un enorme risparmio, perché le auto sono la più grande fonte di emissioni, e le città che non dipendono così tanto dalle auto ovviamente creano grandi risparmi. La riduzione della media di Km all’anno per nucleo familiare, potrebbe dimezzarsi, dai circa 26.500 per nucleo familiare, a circa 13.500. Questo avrebbe un enorme impatto non solo sulla qualità dell’aria e sulle emissioni di carbonio ma anche sul portafoglio delle famiglie. È molto costoso viaggiare così tanto. Le auto ibride potrebbero essere una buona via di mezzo. Oramai le tecnologie ci sono e le auto a disposizione consumano poco e sono affidabili. Forse costano ancora un po’ troppo, ma se fossero disponibili solo ibride, il loro presso scenderebbe di molto.
Perché non usare poi di più le gambe e le biciclette? Questa è una funzione delle nuove città che dovremmo costruire.
In città di questo tipo i mezzi pubblici potrebbero viaggiare tranquillamente. Quando Londra decise di far diventare il centro totalmente pedonale ci fu un aumento spropositato dell’efficienza di tutti i mezzi pubblici. Spesso sentiamo dire che il Comune dovrebbe aumentare il numero di mezzi pubblici e cosi i cittadini avrebbero la possibilità di abbandonare le loto auto. Ma in questo modo i mezzi pubblici arriverebbero ancor più in ritardo. Il traffico delle metropoli non è fatto, ne pensato per questo tipo di mezzi. Solo togliendo questa enorme mole di auto potremmo beneficiare di un aumento delle vetture pubbliche.
Los Angeles, ha deciso di trasformarsi in un ambiente più orientato al trasporto pubblico. Di fatto, dal 2008, hanno stanziato 400 miliardi di dollari per il trasporto pubblico e zero dollari per le nuove autostrade. C’è stato un’enorme trasformazione: LA diventa una città di pedoni e trasporto pubblico, non una città di auto.
In Cina c’è un’espansione ad alta densità senza controllo. Enormi edifici e un inquinamento terrificante. La maggior parte delle persone è costretta a girare le città con le mascherine. Il 12% del PIL della Cina viene speso a causa del suo impatto sulla salute. Non è davvero possibile continuare cosi, soprattutto per l’Italia che a dir di tutti dovrebbe vivere di turismo.
Con l’aumento dell’automazione della produzione, si lavorerà sempre meno e le nostre città non sono fatte per la grande scoperta che sconvolgerà il mondo: il tempo libero, il divertimento. Non hanno spazi del genere. Non è logico.
Pensiamo alla logica. Se solo un terzo delle persone ha una macchina, perché dedichiamo il 100 per cento delle strade alle auto? Se chiudessimo il 70 per cento delle strade alle auto e lo dessimo a tutti gli altri, in modo che il trasporto pubblico sia scorrevole, in modo che si possa camminare o andare in bici?
Camminare. Che bella parola. Una città non è bella se non è piacevole camminarci. Ne è un esempio Maidar Eco City, la città dal progettista tedesco Stefan Schmitz che si sta costruendo in Mongolia: la città sarà divisa in vari quartieri, ciascuno dei quali funzionerà come città autonoma all’interno di una città. Di conseguenza, ogni distretto avrà tutti i suoi servizi chiave entro un raggio di 600 metri. Le auto non saranno richieste dai futuri abitanti dell’ eco-città, né sono richieste; le strade principali di Maidar City – le arterie urbane – sono progettate esclusivamente per pedoni, ciclisti e mezzi di trasporto pubblico a propulsione elettrica.
Dobbiamo cambiare radicalmente l’idea di città che abbiamo in mente. Soprattutto perché le città diventeranno i nuovi Stati (a questo riguardo vi invito a leggere l’articolo di Robert Muggah).
In ogni caso voglio essere ottimista. La gente capisce quello che una città può e dovrebbe essere. Ora dobbiamo solo applicare quel che sappiamo.

giovedì 10 ottobre 2019

La Norvegia progetta una città del futuro


Oslo, la capitale della Norvegia, potrebbe presto essere la città più orientata al futuro e sostenibile del mondo.
4 milioni di metri quadrati, nell’area dell’Aeroporto di Oslo, vedranno la costruzione di Oslo Airport City, città sostenibile e futuristica, alimentata interamente da energia rinnovabile e servita esclusivamente da veicoli elettrici.
La città, che verrà costruita in 30 anni, sarà la prima città aeroportuale energeticamente positiva con la capacità di vendere l’energia in eccesso agli edifici, alle comunità e alle città circostanti. Il luogo scelto per il progetto non è un caso: gli aeroporti non sono più costruiti intorno alle città principali, ora le città sono costruite intorno agli aeroporti.
Sostenuta dal passaggio “ambientalista” dei governi norvegesi, da un’economia basata sul petrolio a un’economia alimentata da energie rinnovabili, l’aeroporto di Oslo comprenderà caratteristiche a basse emissioni di carbonio e tecnologie verdi.
La città sarà basata su tecnologia, con piani per incorporare auto elettriche senza conducente, illuminazione automatica e tecnologia intelligente per servizi come la mobilità, i rifiuti e la sicurezza. L’aeroporto di Oslo, di proprietà del governo, è oggi l’aeroporto più digitalizzato d’Europa e dovrebbe essere il primo a gestire la sua prima flotta elettrica a partire dal 2025.
Per soddisfare la passione della Norvegia per lo sport e le attività all’aria aperta, OAC avrà molteplici  attività ricreative incentrate su un parco pubblico, oltre al tradizionale hub cargo e business. È previsto un centro città senza auto e i suoi cittadini non saranno mai più a cinque minuti di distanza dai mezzi pubblici. La città comprenderà anche la fornitura generosa di spazi verdi per la crescente forza lavoro dell’aeroporto, che si prevede che aumenterà da 22.000 a 40.000 persone entro il 2050.

Tomas Stokke Direttore del progetto afferma: “Questa è un’opportunità unica per progettare una nuova città da zero. Grazie a strategie di pianificazione urbana solide, come la percorribilità a piedi, densità adeguate, facciate attive e un centro città privo di auto, in combinazione con gli ultimi sviluppi tecnologici, saremo in grado di creare una città verde e sostenibile.  Sfruttando la posizione centrale nell’Europa settentrionale, una forza lavoro altamente qualificata e la vicinanza ad un aeroporto verde ed espansivo, OAC ha tutti gli ingredienti necessari per divenire un successo. Questo è il tipo di progetto più entusiasmante che possiamo fare come architetti e sono molto orgoglioso di esserne parte”.
Thor Thoeneie, Amministratore Delegato di Oslo Airport City: “Oslo Airport City sarà un catalizzatore per l’attività economica di alto valore in Norvegia. Ci aspettiamo che crei posti di lavoro a lungo termine e altamente qualificati, creando prodotti basati sulla scienza e la tecnologia e fornendo occupazione in servizi, quali l’assistenza sanitaria specializzata e l’istruzione e la formazione dei dirigenti”. Come sviluppatori di città a lungo termine con particolare attenzione alle soluzioni sostenibili e innovative, crediamo che il futuro dello sviluppo delle città aeroportuali in Norvegia e Oslo non sia una questione di se, ma quando!”.
La città dell’aeroporto di Oslo ha ricevuto un’autorizzazione di massima per lo sviluppo e alcune delle aree hanno autorizzazioni dettagliate. La costruzione della prima fase dovrebbe iniziare nel 2019/20, con il completamento dei primi edifici nel 2022.

mercoledì 9 ottobre 2019

La prima centrale solare galleggiante al mondo, in montagna

 
Sul Lac des Toules nel Canton Vallese, in Svizzera, si sta installando la prima centrale solare galleggiante al mondo sulle montagne. Esattamente sul bacino idrico a pochi kilometri dal Gran San Bernardo, a 1.800 metri sul livello del mare.
18 piattaforme saranno posizionate sul lago con un elicottero, questa settimana, e altre 18 piattaforme entro la fine di ottobre.
La centrale avrà un’estensione di 7696 metri quadrati, appena più grande di un campo di calcio. Alla fine dell’anno, quando la centrale entrerà in funzione, dovrebbe fornire ben 800.000 chilowattora di elettricità, che corrisponde al consumo annuo di 220 famiglie.
Piuttosto che la produzione di energia l’impianto pilota dovrà dimostrare che i parchi solari galleggianti nelle aree alpine sono tecnicamente fattibili e convenienti.
“I pannelli solari nella regione alpina offrono il vantaggio di essere molto produttivi”, afferma il project manager Guillaume Fuchs. “Secondo studi precedenti, la resa dei parchi solari ad alta quota è fino al 50%  superiore rispetto a quelli nelle pianure.” L’atmosfera è più sottile e la radiazione UV più alta. La neve riflette la luce in inverno. E le temperature sono più basse, il che aumenta l’efficienza. “Se il parco solare è installato anche su un lago che serve già per produrre elettricità, possiamo beneficiare delle strutture esistenti”, sottolinea Fuchs. Lo spazio richiesto esiste già, nonché l’infrastruttura elettrica e le strade di accesso. Di conseguenza, il sistema galleggiante non influisce direttamente sull’ambiente naturale.
Romande Energie, la società che sta sviluppando l’idea, in uno studio, identificato “diversi laghi” su cui si sarebbero potuti installati grandi impianti solari con oltre mille chilowattora di potenza. Non si può però ancora dire se i bacini idrici in generale e su larga scala possano essere utilizzati per l’energia solare. Secondo Romande Energie, i principali ostacoli sono le condizioni climatiche estreme in montagna, con neve e ghiaccio, nonché la situazione dei singoli laghi. A differenza del Lac des Toules, molti si trovano in aree paesaggistiche.

martedì 8 ottobre 2019

Samso, la città danese che dimostra che l’indipendenza energetica è possibile


samsoSamso è un’isola di 114 chilometri quadrati davanti allo Jutland, in Danimarca. La sua peculiarità? E’ la prima isola completamente indipendente sotto il profilo energetico, alimentata esclusivamente attraverso fonti rinnovabili e a bassa emissione di anidride carbonica. Una scelta che non solo l’ha reso il lembo di terra meno impattante a livello europeo, ma che ha pure salvato l’economia del luogo, che negli anni ’90 pareva destinato a trasformarsi in un’isola in via di spopolamento a causa della diminuzione dei posti di lavoro nella pesca e nell’agricoltura tradizionale.

IN DIECI ANNI RIDOTTE DEL 60% LE EMISSIONI.
La svolta di Samso arriva nel 1997, quando il governo danese lancia un bando per le isole del paese: agevolazioni fiscali in cambio di un piano per trasformare l’isola in un luogo a impatto zero. A Samso approvano un piano di investimenti da 28 milioni di euro, finanziati anche attraverso cooperative costituite dai cittadini. Per prima cosa viene costruito un parco eolico offshore composto da 10 turbine che si innalzano al largo della costa del Mare del Nord, mentre altre 11 vengono istallate sulla terraferma. Poi iniziano i piani di ammodernamento delle abitazioni: ogni casa riveste il proprio tetto di muschio per evitare la dispersione di calore e istalla dei pannelli solari per autoprodurre parte dell’energia necessaria. Il restante viene ottenuto dalle biomasse. Se nel 1997 l’isola produceva ogni anno 11 milioni di tonnellate di CO2, oggi queste sono crollate a 4,4 milioni. Così, nel giro di sei anni, nel 2003, Samso ha potuto annunciare di aver completato la riconversione dell’isola, divenuta energeticamente indipendente ed ecosostenibile, con quattro anni di anticipo sui 10 anni inizialmente previsti.
COME LA RICONVERSIONE ENERGETICA HA RILANCIATO L’ECONOMIA. Nella misura in cui era possibile, tutti i lavori e le costruzioni sia delle materie prime necessarie che di costruzione e istallazione degli accorgimenti energetici, sono stati affidati a cooperative di cittadini. Nove turbine eoliche su undici sono possedute dagli agricoltori, mentre le restanti due sono nelle mani di cooperative energetiche locali. Inoltre, uno dei quattro sistemi di riscaldamento è posseduto direttamente dai cittadini tramite l’azionariato popolare. Una serie di misure che hanno permesso che la riconversione verde dell’isola si trasformasse in un beneficio anche economico per i cittadini: oggi i 28 milioni di euro investiti sono interamente rientrati alla comunità, metre nell’isola si è fortemente ridotta la disoccupazione e si è fermata la fuga dei cittadini verso la terraferma che negli anni ’90 pareva mettere a rischio la stessa esistenza dell’isola. Risultati che permettono a Samso di progettare la sua nuova rivoluzione: risolvere anche il problema della mobilità, ancora troppo dipendente dal petrolio. A questo fine si sta già lavorando per la progressiva introduzione di impianti a idrogeno per i mezzi di trasporto, sia pubblici che privati.
QUANDO ECOLOGIA FA RIMA CON DEMOCRAZIA. A rendere preziosa l’esperienza di Samso non sono solo i risultati ecologici raggiunti, ma anche e soprattutto il modo con cui essi sono stati realizzati. L’aspetto veramente rivoluzionario del progetto di Samso è che per essere messo in pratica si è coinvolta l’intera comunità, che è stata partecipe in ogni aspetto decisionale ed attuativo di questa svolta. Troppo spesso – e in Italia lo sappiamo bene – i progetti di riconversione energetica vengono affidati ad aziende che hanno in mente solo il business, mentre agli abitanti del luogo rimangono solo il ronzio ed il fastidio visivo delle pale eoliche, le quali non contribuiscono nemmeno a ridurre i costi della bolletta. A Samso si è dimostrato che è possibile una nuova via dove, nella riconversione della città, ambiente e beni comuni diventano una stessa cosa, con benefici per tutti. Certo si tratta di una esperienza nata su una piccola isola, per di più all’interno di uno stato già di per sé molto avanzato per quanto riguarda queste tematiche, ma sicuramente rappresenta la testimonianza pratica che attraverso scelte coraggiose ed il coinvolgimento dei cittadini nella gestione della città si possono ottenere grandi risultati.
http://www.dolcevitaonline.it/samso-la-citta-danese-che-dimostra-che-lindipendenza-energetica-e-possibile/

lunedì 7 ottobre 2019

In Portogallo energia pulita al 100%. - Claudio Mastrodonato


Energia pulita? Si può. Lo scorso marzo l’energia prodotta da fonti rinnovabili ha superato la richiesta del Paese.

Arriva un record dal Portogallo. E non ha a che fare con Cristiano Ronaldo, primo nome e argomento che ai più viene in mente se si parla della nazione lusitana. Questa volta il record ha a che fare con la sfera ambientale. Con le fonti di energia rinnovabili.

In Portogallo le rinnovabili superano il consumo totale.

Marzo 2018 sarà ricordato come il mese in cui l’energia pulita prodotta da fonti rinnovabili ha superato la richiesta totale del fabbisogno del Paese iberico.
Entriamo più nel dettaglio.
Pale eoliche a Sobral de Monte Agraco, in Portogallo
Calcolando la media mensile, si è andati a constatare che la produzione di energia derivante dal sole, piuttosto che dal vento, è stata superiore (il 103%), e quando non lo è stato – ad esempio mercoledì 7 marzo – ha comunque raggiunto il confortante dato dell’86%.
Numericamente, sono 4812 i GW prodotti contro i 4647 richiesti.
Non è corretto, tuttavia, parlare di un exploit. Dietro questo successo ambientale ci sono anni di progressi del settore, di investimenti, di aggiornamenti e sperimentazioni sul campo. Già da 3-4 anni si sono registrati percentuali vicine al 90% del fabbisogno mensile del Portogallo, segno di un costante progresso. Adesso se ne raccolgono i frutti.
Nel dettaglio, i maggiori contributi derivano dall’idroelettrico – che da solo vale più della metà dei dell’energia pulita prodotta – e l’eolico, garantito dai venti che spirano incessanti dall’Oceano Atlantico.
E non ci si vuole fermare qui.
Spostando il naso un po’ più in là, si stima che entro l’anno 2025 si smetterà di utilizzare il carbone per la produzione energetica, ed entro il 2040 le energie rinnovabili saranno sufficienti a soddisfare – sempre, costantemente – il fabbisogno del Portogallo, andando drasticamente ad intervenire sulle emissioni di CO2.

Energia pulita in Italia?

Come i lusitani, anche il Bel Paese sta investendo in maniera massiva sulle rinnovabili, e condivide con lo Stato iberico la prospettiva del carbon free del 2025.
Tuttavia si è ancora lontani dal traguardo portoghese (e da altri Stati ad onor del vero, si pensi alla Penisola scandinava o alla Scozia, con percentuali anche qui vicine alla perfezione): allo stato attuale dalle fonti di energia alternative si copre solo un quinto della richiesta.
Estendendo il focus ai Paesi aderenti all’Unione Europea – comunque – l’Italia è il terzo Stato che genera energia pulita, con più di 10 punti percentuali, dopo Germania e Francia. Ma soprattutto è in linea con le direttive europee e con gli obiettivi fissati per il prossimo triennio.

domenica 6 ottobre 2019

L'industria dei bus elettrici manda in crisi il petrolio

Risultati immagini per bus elettrici


fonte: Il Sole 24 Ore
Altro che "nicchia". L’industria dei bus elettrici si sta espandendo con numeri che potrebbero farsi sentire sul mercato petrolifero, infliggendo un colpo sensibile alla produzione quotidiana di barili. A trainare il fenomeno è la Cina, il mercato che detiene il 99% dei 385mila bus elettrici diffusi in tutto il mondo. Il 17% dell’intera flotta disponibile nel paese, con una media di 9.500 bus a zero-emissioni aggiunti sulle strade ogni settimana. Secondo una stima di Bloomberg Energy News Finance, ogni “infornata” di 1000 bus a batterie rende superflui 500 barili di petrolio al giorno. A fine anno si potrebbe arrivare a un taglio 279mila barili al giorno, l’equivalente dei consumi energetici di un paese come la Grecia. Sempre secondo l’agenzia Usa, i bus ecologici stanno cavalcando la tensione politica e amministrativa per frenare l’inquinamento nei grossi centri urbani. Un’emergenza particolarmente sentita in Cina, non a caso leader del mercato, dove le soglie di smog d’allarme hanno causato 1,6 milioni di vittime nel 2015.
L’azienda leader: risparmiamo 6,8 miliardi di litri di benzina l’anno
Byd Auto, l’azienda cinese che detiene il 13% del mercato domestico, ha messo sulle strade 14mila veicoli nella sola città di Shenzen e ne ha costruiti un totale di 35mila (con una flotta di 20 bus anche a Torino). La capacità produttiva è di 15mila bus l’anno, con impatti stimati dalla stessa azienda in un risparmio complessivo di 6,8 miliardi di litri di carburante e 18 milioni di tonnellate di anidride carbonica in meno (quanto prodotto in un ann0 da 3,8 milioni di automobili). Il fenomeno si sta facendo largo anche fuori dai confini cinesi. A quanto riporta Bloomberg, la lista delle 13 metropoli impegnate nei «trasporti a emissione zero» include Parigi, Londra, Los Angeles e Città del Messico. Londra, in particolare, sta riconvertendo la sua storica flotta con l’obiettivo di arrivare al 100% di bus a impatto zero entro il 2037. Il network della City ha un fabbisogno di 1,5 milioni di barili di carburante l’anno. Se la flotta diventasse del tutto green, si parlerebbe di un taglio di 430 barili al giorno per ogni migliaio di bus elettrificati. L’equivalente dello 0,7% di consumi di diesel in meno nell’intero Regno Unito.

https://www.ilblogdellestelle.it/2018/04/lindustria_dei_bus_elettrici_manda_in_crisi_il_petrolio.html